giovedì 9 agosto 2018

Dal Los Angeles Times: una riflessione di Mario Marazziti sulla pena di morte


di Mario Marazziti 



The Catholic Church's opposition on the death penalty began with previous popes

Andrea Riccardi: il papa sulla pena di morte. Un rifiuto deciso di ogni violenza

Editoriale di Andrea Riccardi per Famiglia Cristiana del 12 agosto 2018

La modifica del Catechismo non contraddice il Magistero, ma lo sviluppa alla luce del Vangelo Papa Francesco ha approvato, il 1° agosto, la modifica del Catechismo della Chiesa cattolica sulla pena di morte.

Il testo precedente non escludeva la pena capitale «quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani». L'ammetteva nel capitolo dedicato alla "legittima difesa", quasi come parte di essa, in casi rari, «se non addirittura praticamente inesistenti». Nella Chiesa, impegnata nella difesa della vita, la pena capitale appariva ripugnante da tempo. Sembra che anche Giovanni Paolo II non fosse soddisfatto della formulazione del Catechismo, che è stata invocata da chi si opponeva all'abrogazione della pena di morte dalla legislazione degli Stati. Nel vecchio testo aveva prevalso la preoccupazione che la negazione della liceità della pena di morte fosse un cambiamento nella dottrina che indeboliva l'autorità del Magistero. Francesco non ha condiviso questa preoccupazione e ha dichiarato: «La pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona». La frase è il cuore del nuovo testo del Catechismo. La Congregazione vaticana spiega: si tratta di «un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero». Avrebbe detto con semplicità Giovanni XXIII: «Non è il Vangelo che cambia, ma siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». La Chiesa nel tempo va verso una comprensione più profonda e fedele, vissuta con il Papa e i vescovi, cui tanti umilmente danno il loro contributo. Lo insegna il Vaticano II nella Dei Verbum: «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». Colpisce allora la reazione critica alla decisione di Francesco. Dietro questo timore c'è anche la concezione tradizionalista del legame tra violenza di Stato e cultura dell'autorità. La Chiesa cattolica non "svende" la verità, ma si lascia guidare dallo Spirito e dai suoi pastori, gioiosa di crescere nella comprensione del Vangelo. In tempi di estesa paura dell'altro e di violenza diffusa, si sente il bisogno di riflettere a fondo sui limiti e la realtà della "legittima difesa", che talvolta motiva l'uso della forza da parte dei privati e l'incremento delle armi. La migliore difesa non è un popolo in armi: è uno Stato responsabile ed efficace assieme a una coscienza civile collettiva. La decisione del Papa ci guida al distacco coraggioso dalla cultura della violenza da qualunque parte venga, anche dallo Stato.

NEL 2017 QUASI MILLE ESECUZIONI Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2017 sono state effettuate 993 esecuzioni in 23 Stati, il 4 per cento in meno rispetto alle 1.032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1.634 del 2015, anno che aveva fatto registrare il più alto numero dal 1989. 

domenica 5 agosto 2018

La Chiesa e la pena di morte, tra teologia e diritto

A colloquio con il giurista Luciano Eusebi dopo il rescritto di Papa Francesco: come rispondere secondo giustizia alle realtà negative

Pubblicato il 04/08/2018
di MARCO RONCALLI


«Inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», così Papa Francesco ha disposto la modifica del n. 2.267 del Catechismo della Chiesa cattolica circa la pena di morte , approvando una riformulazione del testo da tradursi nelle diverse lingue e inserire in tutte le edizioni. Ne parliamo con il professor Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (disciplina che insegna anche presso la Pontificia Università Lateranense di Roma), autore di diverse pubblicazioni sul tema, tra cui “La chiesa e il problema della pena” (Editrice La Scuola, 2014), membro di importanti commissioni paritetiche: da quella fra Santa Sede e Italia per l’attuazione degli accordi concordatari, a quella istituita dalla Conferenza episcopale e dal Governo italiano per la regolamentazione dell’assistenza religiosa ai detenuti e agli agenti di polizia penitenziaria. E ne parliamo con lui, perché, benché schivo e discreto, è stato uno degli storici protagonisti di questa battaglia che per lunghi anni ha auspicato una chiara affermazione nel Catechismo dell’inammissibilità di principio della condanna capitale.  

Professor Eusebi, lei già nel 1993 su un articolo pubblicato dalla rivista Humanitas (il titolo era “Il nuovo catechismo e il problema della pena”), circa le espressioni riguardanti la pena di morte e lo scopo della punizione statuale, scriveva che l’indicazione emergente le appariva «carente sul piano della forza profetica e inadeguata, su quello morale, rispetto alle stesse acquisizioni della scienza penalistica più avvertita»…  

«Quella impostazione rimaneva carente nella forza profetica perché svolgeva un’argomentazione di taglio essenzialmente utilitaristico, senza alcun riferimento – in un Catechismo – di carattere teologico-morale (come peraltro continua ad accadere con riguardo al n. 2.266, che attiene alle sanzioni penali in genere), e senza alcuna considerazione riferita alla persona del condannato. Ciò risentiva pur sempre, in radice, della classica visione retributiva in materia di giustizia, secondo cui è la ritorsione del male che produce la prevenzione, cioè il bene: visione antitetica rispetto al messaggio cristiano, in forza del quale la risposta al male sta in una progettualità, ancorché impegnativa, secondo il bene. Ma quell’impostazione si poneva altresì in antitesi alla consapevolezza, che risale a Cesare Beccaria, secondo cui una risposta al reato la quale neghi quegli stessi valori, come il valore della vita, che dichiara di voler difendere incentiva la disponibilità sociale alla violenza. La prevenzione stabile nel tempo, infatti, non dipende da (controproducenti) fattori di intimidazione, bensì – fermo l’intervento severo sugli interessi materiali coltivati in modo criminoso – dalla capacità dell’ordinamento giuridico di mantenere elevato nella società il consenso sociale al rispetto (per scelta personale) dei precetti normativi. E nulla riconferma maggiormente l’autorevolezza di una norma violata, destabilizzando le stesse organizzazioni criminose, del fatto che un agente di reato riconosca l’ingiustizia commessa e assuma un percorso di responsabilizzazione nei confronti del medesimo».  

Formalmente al punto ex 2267, si sanciva che l’insegnamento tradizionale della Chiesa non escludeva, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani… Ma come poteva rientrare in quella cornice la pena di morte? Parliamo di esecuzioni, di soggetti incarcerati, resi innocui, inoffensivi….  

«In effetti, il precedente testo del n. 2267 nel Catechismo fondava la rinuncia alla pena di morte sulla constatazione contingente dell’essere oggi “praticamente inesistenti” le condizioni che in linea teorica, secondo quel testo, avrebbero potuto legittimarla: condizioni le quali in sostanza venivano ricondotte a quelle proprie della legittima difesa. Ma la legittima difesa riguarda esclusivamente il contrasto proporzionato e non altrimenti praticabile di una condotta aggressiva in atto: situazione del tutto diversa da quella che caratterizza l’inflizione e l’esecuzione di una condanna capitale. Per cui, da un lato, si poteva desumere che quest’ultima non fosse mai applicabile in concreto, posto che le condanne giudiziarie non sono certo riconducibili alla legittima difesa, mentre dall’altro lato, nondimeno, rimaneva aperto lo spazio perché qualcuno potesse argomentare di una presunta inevitabilità, in dati casi, del ricorso alla pena di morte per difendere la società dal crimine: con un’indebita sovrapposizione tra il concetto di prevenzione (cui comunque, come s’è detto, la pena di morte non giova) e il concetto di legittima difesa».  

Da lì quasi venticinque anni prima di arrivare al rescritto di Papa Francesco appena reso noto: quali le tappe di questo periodo che l’ha vista impegnata con pochi altri su questo fronte?  

«Già rispetto alla prima stesura del Catechismo, l’edizione definitiva del medesimo aveva recepito, nel 1997, le parole della enciclica Evangelium vitae (n. 56) di San Giovanni Paolo II intese a precisare la sostanziale insussistenza, oggi, delle condizioni che si riteneva potessero legittimare, sul piano teorico, il ricorso alla pena di morte. Molte voci, poi, si erano levate per una ridefinizione dell’intera materia: si pensi solo all’impegno costante della Comunità di Sant’Egidio per l’abolizione della pena di morte nei Paesi che ancora la prevedono, anche attraverso i convegni annuali tra ministri della giustizia delle più varie provenienze, cui ho potuto contribuire, sul tema “A World without death penalty”. Personalmente ho cercato di offrire supporto attraverso la ricerca di un continuo raccordo tra le motivazioni laiche e teologiche che aprono a una visione nuova della pena, nel solco della giustizia riparativa (“restorative justice”). Ma mi risulta, per esempio, che lo stesso Benedetto XVI desiderasse un tale percorso, per i cui fini lavorò una commissione teologica la quale produsse, sul tema, un importante fascicolo della rivista Gregorianum (n. 1/2007) e si elaborò un ampio testo sulle problematiche della pena e della pena di morte presso l’allora Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”; testo che io stesso predisposi, ma che non poté avere, all’epoca, ulteriori sviluppi. Potrebbe dunque essere maturo il tempo per riprendere una riflessione più complessiva, e potenzialmente profetica, sulla giustizia penale da parte della Chiesa cattolica, anche con riguardo alla ripresa d’interesse che tale materia ha conosciuto sia nell’ambito del diritto canonico, sia nell’ambito del diritto dello Stato della Città del Vaticano». 

Insomma, si sente soddisfatto, ma…  

«Sono certamente contento, ma riterrei necessario, come dicevo, intraprendere il cammino di una riflessione ecclesiale complessiva sul tema della risposta secondo giustizia alle realtà negative: è il tema intorno al quale si gioca il futuro della pace nel mondo e, a ben vedere, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità. Ma è anche il tema intorno al quale si gioca la comprensibilità dell’annuncio cristiano nella odierna società secolarizzata».  

Quanto c’è in questa modifica sulla pena capitale di conforme alla stessa riflessione teologica degli ultimi decenni sul significato salvifico della giustizia nell’orizzonte biblico?  

«Il fatto è che la lettura retributiva ha oscurato la percezione dello stesso fulcro della fede cristiana, complice una utilizzazione affrettata del concetto di soddisfazione vicaria in Sant’Anselmo. Gesù non è salvatore perché la sua sofferenza sulla croce ha compensato, come nessun altro avrebbe potuto, il peccato dell’umanità. Se così fosse, si rimarrebbe nell’ottica giuridicistica mondana: al male deve seguire il male, ed è il male che redime il male. Ma ciò è l’esatto contrario del messaggio cristiano». 

Si spieghi...  

«Salvifica non è la croce, bensì l’amore portato fino alla croce. Gesù è salvatore perché rivela dinnanzi al male l’essere stesso di Dio come amore speso incondizionatamente: quell’amore che si manifesta nella resurrezione pienezza di vita anche dinnanzi alla sconfitta umana della croce. Per cui la giustizia di Dio si esprime in Gesù come spendita dell’amore dinnanzi al male (se si vuole, laicamente, nella testimonianza coraggiosa del bene dinnanzi al male). Ma il carattere salvifico della giustizia divina (tzedaka) era già chiaro nella riflessione teologica veterotestamentaria, fin dalle narrazioni di Adamo e di Caino: e l’averlo trascurato ha depotenziato un importante elemento di dialogo con le altre religioni monoteistiche. L’attenzione dedicata dalla teologia degli ultimi decenni a questi temi necessita, dunque, di essere resa fruibile nell’ambito ordinario della evangelizzazione». 

Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Luis Francisco Ladaria, ha commentato che il nuovo testo «si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica». È così? In sintesi quali sono i contributi più rilevanti dei singoli Papi o di interi episcopati verso il traguardo cui si è ora arrivati?  

«Certamente vi è stato un cammino: dal memorabile testo della Commissione sociale dell’episcopato francese contro la pena di morte del 1978, agli interventi di tutti i Pontefici recenti (si consideri per esempio il n. 83 dell’esortazione Africae munus di Benedetto XVI): San Giovanni Paolo II pare scrivesse per perorare la rinuncia all’esecuzione della condanna capitale in tutti i casi che gli fossero noti; posso testimoniare che quando a margine di un’udienza, il 14 febbraio 1997, gli chiesi brevissimamente come professore di Diritto penale che potesse essere pienamente superata la posizione del Catechismo sulla pena di morte mi strinse forte le mani nelle sue e, quasi come se le mie parole avessero riacutizzato in lui una ferita, pronunciò tra sé le parole “la pena di morte, la pena di morte…” e mi benedisse».  

Leggiamo il nuovo paragrafo. Quale novità più rilevante il superamento rispetto l’editio typica (1997) del concetto di risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti, di mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune? O il fatto che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi?  

«Il fatto nuovo più importante, a mio avviso, è dato dall’affermazione del carattere di inammissibilità, senza (più) alcuna riserva, della pena di morte in quanto tale, con la derivazione dell’impegno per la sua abolizione in tutto il mondo. Affermazione, si noti, fondata non solo su specifiche condizioni storiche, né soltanto su una valutazione, pur fondamentale, di ordine etico (l’insopprimibile dignità di ogni vita umana), bensì soprattutto nell’economia del Catechismo “alla luce del Vangelo”: il che attribuisce al nuovo n. 2.267 la massima autorevolezza e vincolatività per il futuro. Ma è anche importante che nella lettera ai vescovi firmata dal cardinale Ladaria si affermi nitidamente che tutte le pene applicate dallo Stato “devono orientarsi innanzitutto alla riabilitazione e alla reintegrazione sociale del condannato”…».  

Questo nuovo passo potrà realmente influire sulle politiche dei cinquantasei Stati che mantengono la pena capitale come istituto giuridico in vigore e applicato?  

«Questo passo voluto da Papa Francesco potrà avere una influenza culturale straordinaria, ben al di là dell’ambito giuridico: ma risulterà di certo incoraggiante per l’abolizione in tutto il mondo della pena di morte, anche in contesti diversi da quelli di tradizione cristiana. Soprattutto, affermando la centralità inalienabile della vita di ciascun essere umano, rappresenterà un monito per il rispetto non solo formale della realtà esistenziale di ogni individuo, anche se sofferente, povero, migrante, indifeso o colpevole. Non dimentichiamo che Papa Francesco ha ricompreso nel rifiuto della pena di morte anche le pene di morte eseguite di fatto, cioè in modo extragiudiziario: senza processo né condanna (Lettera del 20 marzo 2015 al presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte). In sintesi, Papa Francesco apre con questo passo un capitolo nuovo nell’affermazione dei diritti connessi alla dignità di ogni essere umano». 

Di fatto il diritto penale è un po’ una cartina al tornasole dei modelli relazionali di una società. Parliamo anche dell’ergastolo, un’altra specie di pena di morte…  

«È Papa Francesco ad aver definito l’ergastolo, a ragione, una “pena di morte nascosta” (Discorso del 23 ottobre 2014, all’Associazione internazionale di diritto penale). Senza speranza, senza una “guancia” ancora disponile verso il condannato, nessun percorso di affrancamento da esperienze negative di vita è praticabile. Certamente non potranno che permanere, nei casi più gravi, valutazioni circa l’eventuale persistenza nel tempo di pericolose affiliazioni criminose: ma il disinteresse a priori per il recupero del condannato è un pessimo investimento nell’ottica della prevenzione e priva le vittime stesse della risposta al loro bisogno profondo di vedere riconosciuta l’ingiustizia che le ha colpite». 

sabato 4 agosto 2018

In solidarietà con papa Francesco progetto di legge per abolire la pena di morte

Il Governatore Cuomo promuoverà un progetto di legge per eliminare la pena di morte dallo stato di New York, in solidarietà con papa Francesco.  

Il Governatore Andrew Cuomo ha dichiarato: “Oggi, in solidarietà con Papa Francesco e in onore di mio padre, promuoverò una normativa per eliminare la pena di morte, e la sua brutta macchia nella nostra storia, dalla legge dello Stato una volta per tutte”.

Come Governatore, Mario Cuomo aveva posto il veto 12 volte alla normativa che ripristinava la pena di morte nel corso di 12 anni. Egli riteneva che la pena di morte fosse sbagliata e aveva il coraggio di rimanere fermo nelle sue convinzioni, al punto di essere disposto a perdere il suo incarico.

Continua il Andrew Cuomo: "La decisione di Papa Francesco è una convalida della posizione di principio di mio padre contro la pena di morte di fronte al sostegno della stragrande maggioranza per la pena di morte. Mio padre ha messo a rischio la sua carriera politica con la sua opposizione alla pena di morte e non ha mai indietreggiato, dicendo che ‘svilisce coloro che si impegnano per tutelare la vita e la dignità umana’. 
Papà aveva ragione allora, e ha ragione ora. La pena di morte è stata ripristinata in New York sotto l’amministrazione Pataki, ma
fermata dai tribunali nel 2004. Nei suoi ultimi anni, mio padre ha continuato a sostenere l’eliminazione della legge dai libri, chiamandola una ‘macchia sulla nostra coscienza’. Dichiarando l’inammissibilità della pena di morte in tutti i casi e impegnandosi per porre fine alla pratica a livello globale, Papa Francesco sta inaugurando un mondo più giusto per tutti noi. La pena di morte è moralmente indifendibile e non appartiene al 21° secolo".


venerdì 29 giugno 2018

Abolita la pena di morte in Burkina Faso

Di Saida Massoussi
Eco Internazionale

«Se dimostrerò la pena di morte non essere né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità»: così recitava Cesare Beccaria nella sua opera più celebre, Dei delitti e delle pene.

Una sentenza storica nel duro cammino di abolizione della pena di morte nel mondo arriva dal Burkina Faso il cui Parlamento, il 31 maggio scorso, ha votato a larga maggioranza (83 su 125 deputati) l’abolizione della pena capitale dal Codice di diritto penale. A darne notizia è la Comunità di Sant’Egidio, che da anni sostiene il cammino del Paese verso questo importante traguardo.

Le leggi del Burkina Faso prevedevano l’uso della pena di morte nel codice penale, militare di giustizia e nel codice di polizia. Il suo primo utilizzo risale al 1960, anno in cui il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Nel giugno 2015, nel corso di una riunione, l’ufficio del Consiglio Nazionale di Transizione aveva adottato diversi progetti di legge da sottoporre all’approvazione del Governo, tra cui quello relativo all’abolizione della pena di morte.

Tuttavia, secondo l’ultimo report di Amnesty International, alla fine del 2017 risultavano essere 12 le persone ancora detenute nel braccio della morte (sebbene l’ultima esecuzione nel Paese africano risalga al 1988). Pertanto, il Burkina Faso, già abolizionista di fatto da 30 anni,  rientra, adesso, tra i Paesi abolizionisti per legge.

Dietro tale decisione sembrerebbe esserci un accordo tra il governo africano e quello francese; in particolare, secondo molti analisti questa decisione potrebbe agevolare l’estradizione e il ritorno in patria di Francois Compaoré, fratello dell’ex presidente del Burkina Faso, che era stato deposto con un colpo di Stato nel 2014. Su François Compaorè, attualmente in Francia, pende un mandato di arresto internazionale del Burkina Faso per l’assassinio del giornalista Norbert Zongo, avvenuto nel 1998. L’estradizione è stata finora negata, in quanto il sistema francese la vieta verso quei Paesi dove è in vigore la pena di morte.

Ma, al di là di questi aspetti politici, va rilevato l’importante aspetto umanitario della vicenda; il Burkina Faso diventa ad oggi  il 107mo Paese totalmente abolizionista per legge, cui devono aggiungersi altri 28 Stati abolizionisti di fatto e 7 abolizionisti per i reati ordinari.

In questa corsa verso l’abolizionismo, l’Africa subsahariana si sta confermando l’area geografica più reattiva. Negli ultimi 20 anni, numerosi sono gli Stati che hanno cancellato la pena capitale dai loro codici: Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Senegal, Togo.

Secondo i rapporti di Amnesty International, nel 2017 si è registrato un decremento nell’uso della pena di morte; Ma i numeri restano comunque alti, registrando sempre nello stesso anno 993 esecuzioni in 23 Stati, senza considerare le esecuzioni in Cina, i cui numeri sono segreti di Stato.

Senza entrare nel merito dei metodi utilizzati, in molti Paesi (tra cui Arabia Saudita, Cina, Singapore), la pena di morte è prevista anche per reati di droga; in altri ancora, le esecuzioni riguardano persone con disabilità mentale; inoltre, spesso si viene condannati dopo aver confessato reati in seguito a maltrattamenti e torture; non mancano, infine, i casi di esecuzioni di minori.

Una strada ancora lunga quella dell’eliminazione della pena capitale a livello globale; una strada in cui, però, ogni singolo passo compiuto da ogni singolo Stato può considerarsi un’importante vittoria per il cammino dei diritti umani nel mondo.

martedì 26 giugno 2018

Corea del Sud la Chiesa sostiene l'abolizione della pena di morte

Cardinale Yeom 
Abrogare la pena di morte: il Card. Yeom dà il sostegno della Chiesa

 "Da anni non ci sono esecuzioni capitali in Corea. La Chiesa cattolica ha sempre ribadito il no alla pena di morte. E vede con favore l'iniziativa di parlamentari, cristiani e non, che hanno raccolto le firme per chiedere l'abolizione della pena capitale dalla legislazione coreana": lo ha dichiarato all'Agenzia Fides il Cardinale Andrew Yeom Soo-jung, Arcivescovo di Seul, mentre la

Commissione nazionale per i Diritti umani (NHRC), organismo governativo, sta conducendo una campagna con l'obiettivo di abolire ufficialmente la legge sulla pena di morte.

"E' vero che nella società coreana c’è chi ancora la sostiene. Esiste la paura che eliminarla possa incoraggiare il crimine. La comunità cattolica, in questi anni, ha sempre testimoniato e incoraggiato il rispetto della vita e la logica del perdono, accompagnando anche i familiari delle vittime" ha detto il Cardinale in un colloquio con l’Agenzia Fides a Seul. 

L’obiettivo della abolizione è vicino anche per l'atteggiamento favorevole del Presidente coreano, il cattolico Moon Jae-in. 

Il capo dell'ufficio politico della Commissione per i diritti umani, Shim Sang-don, ha dichiarato: "Stiamo lavorando per un annuncio da parte del Presidente Moon Jae-in sulla moratoria della pena di morte in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di quest'anno". La moratoria sarebbe un passo avanti nel processo formale verso l'abolizione. E' stata avviata, intanto, una discussione in tal senso con il Ministero della Giustizia per stabilire i passi da compiere, ha aggiunto Shim, notando che "il Presidente Moon ha dato una risposta positiva in merito all'abolizione quando abbiamo sollevato la questione nel dicembre scorso".

In Corea del Sud la pena capitale è in vigore per punire i crimini gravi. Ma lo stato non esegue una condanna a morte sui prigionieri nel braccio della morte dal dicembre 1997. Amnesty International considera i paesi che non eseguono una condanna per oltre 10 anni "abolizionisti di fatto".

La Commissione per i Diritti umani ha mantenuto la sua posizione a sostegno dell'abrogazione della pena di morte, raccomandandola al Parlamento coreano nell'aprile 2005, e ha presentato una petizione alla Corte costituzionale nel luglio 2009. Ora la Commissione presenterà un progetto abolizionista, con particolare attenzione alle misure alternative. 

Attualmente ci sono 61 prigionieri, inclusi ufficiali militari, condannati e reclusi nel broccio della morte in Corea del Sud. (PA) (Agenzia Fides 25/6/2018)

sabato 16 giugno 2018

Speranza in Bielorussia: la Corte Suprema sospende due condanne a morte!

Due uomini erano a rischio esecuzione in Bielorussia: Ihar Hershankou e Siamion Berazhnoy,le cui condanne a morte erano state confermate dalla Corte suprema il 20 dicembre 2017. 

Ai due condannati restava solo la clemenza del Presidente Aleksandr Lukašenko, ma le aspettative non erano positive visto che dal 1994 solo in un caso il Presidente aveva concesso un provvedimento di clemenza.

Hershankou e Berazhnoy erano stati condannati a morte dal Tribunale regionale di Mahiliou, il 21 luglio 2017, colpevoli di aver ucciso sei persone tra il 2009 e il 2015 al fine di appropriarsi delle loro proprietà.

Ricordiamo che la diplomazia francese era intervenuta lo scorso anno con un comunicato pubblicato sul sito web del ministero degli Esteri francese invitando la Bielorussia ad introdurre una moratoria contro la pena di morte. "Chiediamo alle autorità bielorusse di imporre una moratoria sulla pena di morte come passo verso la sua abolizione", — queste le parole del comunicato.

La Bielorussia è l'unico paese europeo che ancora mantiene e applica la pena capitale, è successa una cosa senza precedenti: la Corte Suprema ha sospeso e deciso di riesaminare le condanne a morte di Ihar Hershankou e Siamion Berazhnoy.

Dal 1994 la Corte Suprema aveva confermato tutte le condanne a morte (il numero esatto non è noto, ma si presume sia nell’ordine delle centinaia) e in un solo caso il presidente Alyaksandr Lukashenka aveva concesso la grazia.  In Bielorussia, le informazioni sull’uso della pena di morte sono ritenute segreto di stato, pertanto, non è possibile conoscere il numero effettivo delle esecuzioni.

Secondo il ministero della Giustizia, dal 1994 al 2014 sono stati messi a morte 245 prigionieri. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che dal 1991, anno dell’indipendenza, i prigionieri messi a morte siano stati circa 400. Lo scorso anno si è registrata una esecuzione.