sabato 5 maggio 2018

Ucciso Robert con iniezione letale, la nostra battaglia continua

Robert Earl Butts Jr. è stato messo a morte per iniezione letale venerdì 4 maggio 2018

Era stato arrestato all'età di 18 anni e ora ne aveva 41. 

Salutiamo Robert con affetto e dolore. Con la Comunità di Sant’Egidio e tanti, tanti altri abbiamo pregato, inviato appelli e supplicato clemenza per lui. Un saluto e un abbraccio da tutti noi ai suoi familiari. Un saluto particolare a Jay, suo compagno e amico nel braccio della morte. 

Lo salutano le sue amiche “di penna” che ne hanno apprezzato la sensibilità e hanno conosciuto la sua sofferenza. Robert sapeva essere amico e non parlava male di nessuno.

La battaglia per l’abolizione continua in Georgia, negli Stati Uniti e in tutti i paesi del mondo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/esecuzione/Georgia

venerdì 4 maggio 2018

Solo poche ore per chiedere al Governatore della Georgia di salvare Robert Butts

ABBIAMO ANCORA POCHE ORE PER ROBERT BUTTS JR, 


STAMPA L'APPELLO, FIRMALO E INVIA IL FAX AL GOVERNATORE DELLA GEORGIA PER CHIEDERE DI RISPARMIARE LA SUA VITA, ECCO IL LINK


Fax: 001.404.657-7332

Robert apprezza tutto l'amore e il sostegno ricevuto e ringrazia per l'impegno di tanta gente che ha voluto mandare l'appello in suo favore. 

sabato 28 aprile 2018

Aiuto per Robert Butts, la sua esecuzione è prevista per il 3 maggio in Georgia

Robert Butts Jr
Continuiamo a chiedere aiuto per Robert Butts Jr.
Robert è un nostro amico di penna, la cui data di esecuzione è fissata per giovedì 3 maggio 2018, nel penitenziario dello Stato della Georgia. 
RINGRAZIAMO CHI HA INVIATO APPELLI ATTRAVERSO IL NOSTRO SITO, SONO PIU' DI 1150! 
MA DOBBIAMO INVIARNE TANTI DI PIU'
http://nodeathpenalty.santegidio.org

Ci scusiamo per il malfunzionamento, il sistema dell'invio non dava riscontro, anche se gli appelli partivano correttamente. 

Dalla lettera di Stefania Montanari, dal 2013 è sua amica di penna:

"Ho iniziato a scrivere a Robert nel 2012, avevo trovato il suo indirizzo su un sito americano con annunci di detenuti in cerca di amici di penna. Avevo letto che amava l'arte e gli avevo mandato una cartolina con la nascita di Venere comprata alla Galleria degli Uffizi e mi aveva colpito sia il fatto che conoscesse Botticelli sia che conoscesse gli Uffizi. Nelle nostre lettere abbiamo parlato molto di arte, ho ricevuto dei  suoi disegni. Ho poi saputo che nel 2009, con l'aiuto di amici e sostenitori, ha pubblicato un libro con i suoi disegni, A Portrait of My Journey: Memories from Death Row, io l'ho acquistato su Amazon, ed è incredibile come in questi anni sia migliorato. Ha cercato in ogni modo di migliorarsi e crearsi un'istruzione da autodidatta. Chi è condannato a morte non ha nessun aiuto per imparare, non vengono investiti soldi su persone condannate a morire. 
In questi anni, oltre che di arte, abbiamo parlato di tantissime cose, tanto che spesso quasi dimenticavo di scrivere ad una persona che ha passato metà della sua vita in una cella. Robert ha sempre cercato di studiare, leggere e tenersi informato su ciò che avveniva nel mondo.
A volte è quasi più lui a preoccuparsi per me di quanto io mi preoccupi per lui. Mi ha sempre scritto subito dopo i terremoti che ci sono stati in questi anni in Italia, mi ha messo in guardia dai pericoli mentre preparavo il mio cammino di Santiago, come un amico preoccupato per me.
E' veramente diventato un amico e adesso che si avvicina la data della sua esecuzione mi sento forse un po' egoista a pensare più al mio dolore che al suo, perché non si può immaginare quanto mi mancherà. Mi mancheranno le risate che ci siamo fatti in questi anni attraverso le nostre lettere. 
Lui si è lamentato poche volte, ma una cosa che lo fa infuriare è che sia la prigione a decidere quante paia di mutande lui possa acquistare! 

domenica 22 aprile 2018

Ucciso il più anziano condannato a morte, aveva 83 anni


Walter Leroy Moody aveva 83 anni
Walter Leroy Moody Jr. aveva 83 anni.  Era stato condannato a morte dallo Stato dell’Alabama quando ne aveva 54.Oggi era un uomo diverso. Era un anziano. 

Aveva 54 anni quando era stato condannato a morte per aver ucciso un giudice federale nel 1989 in un'ondata di azioni terroristiche nel sud degli Stati Uniti. 

Nonostante la Corte Suprema avesse rinviato temporaneamente l'esecuzione, alla fine si è svolta comunque dopo l'esame e la bocciatura del ricorso d'urgenza presentato dagli avvocati del detenuto. 

Solo poche righe sui giornali per dare la notizia della morte di questo vecchio, ucciso dallo Stato dell'Alabama a 83 anni, ne aveva 54 trent'anni fa all'epoca dei fatti ed è invecchiato nel braccio della morte. La sua storia non ha destato un grande interesse.

La morte di Walter Leroy Moody Jr. è  avvenuta alle 20:42 ora locale, dopo essere stato sottoposto ad una iniezione letale nella prigione di Atmore.

Vogliamo porre l'attenzione sulla sua vita e sulla sua morte perché ognuno ha diritto a morire con dignità. Walter è stato il più anziano detenuto messo a morte da quando le esecuzioni della pena capitale sono riprese negli anni '70. Vogliamo chiederci insieme a voi che cosa vuol dire essere anziani in carcere, avere più di 80 anni e aspettare l'esecuzione. Quanto tempo è passato, quanto con il tempo cambiano le persone, quante speranze e rassegnazioni, cosa c'era nel cuore di Walter oggi?  

  

giovedì 12 aprile 2018

Insieme agli ex condannati per dire che la pena di morte non è giustizia

Ad Abidjan in Congresso per dire che l'Africa sarà il prossimo continente abolizionista

"Vi imploro tutti ad alzarci e dire no alla pena di morte" ha detto l'ugandese Susan Kigula, che ha trascorso 15 anni nel braccio della morte nel suo paese, accusata di aver ucciso il marito, anche se ha sempre reclamato la sua innocenza.

Insieme a lei gli ex detenuti testimoni hanno alzato il loro grido per chiedere la fine della pena di morte in Africa, con la speranza che sia il "prossimo continente abolizionista". Rilasciata nel 2016, questa donna madre di due figli, ha conseguito durante la detenzione di una laurea in legge presso l'Università di Londra, e non ha smesso di lottare contro la pena di morte in Uganda.

Un altro testimone Pete Ouko, rilasciato nel 2016 dopo 18 anni nel braccio della morte in Kenya per un omicidio che ha sempre negato, ha parlato delle cause sociali della criminalità. È diventato avvocato durante la detenzione, una volta libero ha fondato un'associazione per aiutare i giovani a non cadere nella delinquenza e per aiutare chi esce dal carcere a reinserirsi nella società. Durante il Congresso ha dichiarato:  "Vedo un graduale cambiamento nell'atteggiamento della gente, i Keniani  non vogliono più la pena di morte e credo sia così in tutta Africa orientale ".

Dei 55 paesi del continente africano, 19 hanno già abolito la pena di morte, e 24 più la pratica, anche se è ancora in vigore, secondo i dati dell'associazione Insieme contro la pena di morte (EPCM) , che ha organizzato un congresso su questo tema lunedì e martedì nella capitale economica ivoriana.

Tuttavia, 12 paesi africani praticano ancora la pena capitale, 855 condanne sono state emesse a 68 persone giustiziate nel 2016 in Africa, secondo i dati di EPCM (Botswana, Egitto, Etiopia, Guinea Equatoriale, Libia, Nigeria, Uganda, Somalia, Sudan , Sud Sudan, Ciad, Zimbabwe).

"Con la pena di morte, le persone non cercano giustizia, ma vendetta, non è possibile applicare la pena di morte!", ha detto Kajeem, una artista reggae ivoriano denunciando le indagini superficiali praticate nei paesi africani.

"La pena di morte è discriminatoria, colpisce soprattutto i poveri, che non possono permettersi di difendersi", ha detto Chenuil-Hazan. Produce "discriminazione sociale", prima ancora di quella razziale, come negli Stati Uniti, dove i neri sono condannati più dei bianchi.

"La pena di morte è anche uno strumento per sbarazzarsi degli oppositori politici in molti regimi", continua. In effetti "la questione della pena di morte è la porta di accesso a tutte le questioni dei diritti umani".

lunedì 9 aprile 2018

Il Congresso Regionale degli abolizionisti in Costa d'Avorio

Organizzazioni Internazionali Abolizioniste in Congresso ad Abidjan tra il 9 e 10 aprile per fare il punto sulla battaglia contro la Pena di Morte.   

E' il terzo congresso regionale e questa volta si tiene in un paese africano. Più di 300 i partecipanti per assistere a questi giorni di dibattito, alle cerimonie di apertura e chiusura e a una serata festiva e culturale. L'organizzazione è curata dall'Associazione ECPM.
Firmin Andy Kacou di Sant'Egidio

La sessione plenaria del 10 Aprile sarà presieduta da Annemarie Pieters, ed è intitolata: “Death penalty, poverty and prison conditions: from a World day to another” non è infatti possibile, soprattutto in Africa, non considerare la terribile condizione delle carceri, dove talvolta si muore anche per una sentenza di morte non pronunciata. 
https://www.santegidio.org

Alla tavola rotonda del pomeriggio dal titolo “Death penalty, a political tool?” parlerà Firmin Kacou Randos, co-organizzatore della campagna mondiale "Città per la vita, contro la pena di morte" della Comunità di Sant’Egidio di Abidjan.  
L'intervento di Firmin Andy Kacou Randos  http://nodeathpenalty.santegidio.org/

Le due giornate di Abidjan intendono sostenere il processo abolizionista nel grande continente africano. Sono oggi 10 i paesi mantenitori e che eseguono, molti sono abolizionisti di fatto, altri in questi anni sono passati all'abolizione de jure.  La Comunità di Sant'Egidio segue da molti anni questa evoluzione, anche grazie ai congressi mondiali per i ministri della giustizia tenutisi a Roma fin dal 2007 dal titolo "No Justice Without Life"che hanno aiutato a crescere la riflessione e la scelta verso leggi più umane.
 http://www.marcoimpagliazzo.it/tag

Annemarie Pieters la vice-presidente di WCADP al centro nella foto

Come ha detto Papa Francesco "la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore. E' perciò sempre necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". 

Il programma del Congresso Regionale di Abidjan è disponibile su http://www.worldcoalition.org

Il Rapporto di Harm Reduction International sulle condanne a morte

L'Harm Reduction International ha pubblicato il rapporto 2017 che monitora e analizza la situazione della pena di morte legata a violazioni delle leggi sulle droghe in tutto il mondo. 

Da quando è stato lanciato nel 2007, il rapporto di Harm Reduction International costituisce la principale fonte di informazioni globali per una riflessione sulla questione della pena di morte per reati di droga.

Tra le principali notizie nella panoramica globale 2017 il rapporto evidenzia che nel 2017 sono stati 280 i giustiziati per reati connessi alla droga, in diminuzione rispetto al 2015 (718).  Da considerare però che dalle statistiche è esclusa la Cina, per la quale non vi sono dati affidabili. 
Tra i paesi considerati l’Iran è stato di gran lunga il principale esecutore al mondo per i reati contro la droga, con almeno 1.176 esecuzioni effettuate da gennaio 2015. Ciò equivale a quasi il 90% di tutte le esecuzioni di droga conosciute durante quel periodo (1320). Occorrerebbe aggiungere anche le esecuzioni extragiudiziali di Duterte.
Almeno 33 paesi e territori prevedono la pena di morte per reati di droga. Altri nove paesi hanno ancora la pena di morte per reati di droga come sanzione obbligatoria, sebbene tre di questi (Brunei Darussalam, Laos e Myanmar) siano abolizionisti de facto. La Malesia ha rimosso la condanna obbligatoria per reati di droga a novembre 2017.

Il rapporto rivela sviluppi sia positivi che negativi. Da un lato, a livello nazionale, le esecuzioni per reati di droga sono in costante calo dal 2015 negli Stati che applicano frequentemente la pena capitale e importanti cambiamenti legali e politici si sono verificati in diversi paesi, tra cui Iran, Tailandia e Malesia. A livello internazionale, anche il sostegno politico per l’abolizione della pena di morte per reati di droga sta guadagnando un notevole slancio. 

La sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulle droghe del 2016 non è riuscita a raggiungere un consenso sulla pena di morte per i reati di droga, ma 73 paesi hanno espresso un forte sostegno per l’abolizione, dimostrando che la questione è saldamente al centro dell’attenzione della comunità globale.

D’altra parte, questi segnali di progresso sono messi in ombra dall’ondata di esecuzioni extragiudiziali di persone accusate di usare o vendere droga nelle Filippine. I preoccupanti segnali che l’Indonesia stia adottando un’analoga risposta violenta e il sostegno esplicito alla “guerra alla droga” del presidente Duterte espressa da altri paesi della regione e non solo, sollevano serie preoccupazioni sul fatto che stiamo assistendo a una nuova tendenza che potrebbe normalizzare l’uccisione di persone per fatti di droga e annullare anni di progressi costanti.