mercoledì 1 gennaio 2014

La lenta fine della pena di morte negli USA

Le esecuzioni non sono mai state così poche e così impopolari: di fatto saranno eliminate per lento esaurimento e non per abolizione




Un'interessante riflessione sulla pena di morte negli Stati Uniti da

http://www.ilpost.it/


Lunedì 30 dicembre il New York Times ha pubblicato un editoriale intitolato “La lenta fine della pena di morte” in cui si sostiene che l’eliminazione della pena capitale negli Stati Uniti avverrà non per abolizione ma per lento e progressivo esaurimento. La tesi è piuttosto interessante e si basa su una serie di sviluppi e di dati tratti dal nuovo rapporto del Death Penalty Information Center, con sede a Washington, pubblicato a dicembre di quest’anno e relativo al 2013.


Qualche numero:
Sei stati americani hanno abolito la pena di morte negli ultimi sei anni: il più recente, dopo l’Illinois nel 2011 e il Connecticut nel 2012, è stato il Maryland nel 2013, che si è aggiunto ai diciotto che l’avevano fatto in precedenza. Il numero degli stati dove è prevista la pena di morte è sceso quindi a 32.
La tendenza al ribasso delle esecuzioni capitali è costante dal 1999. Nel 2013 sono state portate a termine 39 esecuzioni, cinque in meno delle 43 eseguite negli ultimi due anni. Lo stato che ha contribuito di più al bilancio è il Texas con 16 esecuzioni, seguito dalla Florida con 7 e dall’Oklahoma con 6. Quest’anno 80 persone sono state condannate a morte, 3 in più rispetto al 2012, ma comunque molte meno rispetto al 1996, quando furono 315. Il numero di persone nel braccio della morte ha continuato a diminuire dal 2001 a oggi: attualmente sono 3.108 in tutto il paese, rispetto ai 3.170 dello scorso anno. La maggior parte degli stati in cui la pena di morte è prevista non ha eseguito esecuzioni nel 2013.
Gli stati in cui sono avvenute esecuzioni capitali sono “solo” 9. Nel 2013 l’82 per cento delle esecuzioni sono state effettuate nel sud, percentuale che è rimasta abbastanza costante da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Di fatto solo il 2 per cento delle contee degli Stati Uniti sono responsabili della maggior parte delle esecuzioni, della maggior parte delle attuali detenzioni nel braccio della morte e delle condanne recenti. L’85 per cento delle contee non ha avuto un solo caso di esecuzione capitale per oltre 45 anni.
Le ragioni della diminuzione. I cali delle esecuzioni sono legati, in parte, a questioni relative ai costi, alla durata eccessivamente lunga e all’iniquità dell’intero processo, oltre ai timori di errori giudiziari e all’incertezza dell’infallibilità della pena, come ha spiegato il direttore del Death Penalty Information Center, Richard Dieter: dal 1989 il test del DNA ha scagionato 311 condannati, tra cui 18 nel braccio della morte (alcuni avevano addirittura confessato reati che non avevano commesso: succede, anche per via di alcune controverse tecniche di interrogatorio).
C’è poi la questione dell’attuale carenza di farmaci letali a iniezione e la crescente difficoltà di alcune amministrazioni a procurarseli a causa di un boicottaggio internazionale. Gli stati che usano l’iniezione letale sono stati
costretti a rivolgersi a farmacie non regolamentate e, scrive il New York Times, hanno persino approvato leggi per nascondere l’identità di tali farmacie e la composizione chimica dei farmaci.
Quindi?
Il New York Times sostiene dunque che la diminuzione delle esecuzioni e il restringimento dei confini in cui queste vengono applicate stanno portando al lento riconoscimento che la pena di morte è arbitraria, spesso basata su pregiudizi razziali e soggetta a errori. Diversi stati l’hanno abolita e anche moltissimi di quegli stati che non l’hanno fatto, in pratica si avviano verso la sua non applicazione. Il crescente numero di stati che di fatto non eseguono più condanne capitali ha portato inoltre a un maggiore consenso popolare, che rimanda a sua volta al concetto «di evoluzione degli standard di decenza che segnano l’avanzamento di una società che matura» e al quale la Corte suprema si ispira nel giudicare la costituzionalità delle pene.
Il sostegno pubblico a favore della pena di morte – un elemento molto importante nella decisione della sua reintroduzione da parte della Corte
Suprema nel 1976 – è al suo livello più basso degli ultimi 40 anni: il 40 per cento delle persone intervistate sostengono che non vengano applicate in modo equo. Il 60 per cento rimane favorevole, ma la percentuale ha toccato il livello più basso dal 1972 ed è calata di 9 punti percentuali rispetto sei anni fa. Nel 1994 era favorevole l’80 per cento della popolazione.
In un altro suo editoriale pubblicato il primo gennaio del 2013, sempre dedicato alla pena di morte e intitolato “L’allontanamento dell’America dalla pena di morte”, il New York Times aggiungeva altri argomenti a sostegno dell’inutilità e della pericolosità della punizione capitale: l’analisi partiva da un esame degli obiettivi per i quali la pena di morte era stata reintrodotta dalla Corte suprema nel 1976: la deterrenza e la punizione. Giudici, procuratori, studiosi, esperti e altri soggetti coinvolti nella giustizia penale, sia conservatori che liberali, hanno stabilito che non esistono elementi utili che facciano pensare che la pena di morte scoraggi reati gravi quali l’omicidio. In teoria, inoltre, la pena di morte dovrebbe essere riservata ai peggiori criminali, ma nella pratica diversi studi hanno mostrato che la decisione su chi debba essere condannato a morte è invece del tutto arbitraria e discriminatoria.
Nel 1994, il giudice della Corte Suprema Harry Blackmun scrisse: «Mi sento moralmente e intellettualmente obbligato ad ammettere che l’esperimento della pena di morte semplicemente non è riuscito. Quanto tempo dovremmo aspettare prima che la maggioranza dei giudici lo ammetta?».


lunedì 30 dicembre 2013

Le lettere che spezzano le sbarre

Negli anni tante amicizie "di carta" con i condannati a morte ci hanno fatto comprendere che avere qualcuno a cui scrivere scandisce il tempo di chi è in carcere, apre uno spazio di affetto, aiuta a non perdere la fiducia. 

Da "Famiglia Cristiana" un nuovo appello a scrivere ai condannati a morte e ora in particolare ad aderire alla proposta di mandare una cartolina di auguri per l'anno nuovo a Anthony Farina, condannato a morte ingiustamente, da molti anni nel braccio della morte. 

Per lui, come per tanti condannati alla pena capitale, scrivere e ricevere posta è come rompere le sbarre per far passare le parole e l'affetto che vengono da fuori.


http://www.famigliacristiana.it/articolo/lettere-che-spezzano-le-sbarre.aspx

venerdì 27 dicembre 2013

Sant'Egidio: dieci anni di pranzi di Natale nel Carcere di Poggioreale!!

Dieci anni di pranzi di Natale nel Carcere di Poggioreale!!

Il pranzo di Natale di Sant'Egidio in carcere!

Dal primo pranzo di Natale a Roma nel 1982  nella basilica di Santa Maria in Trastevere la tavola si è allargata in tutto il mondo, ed è entrata nelle carceri, accanto ai detenuti. Sono tanti quest'anno i detenuti che festeggiano con noi il Natale nelle carceri di Avezzano, Novara, Vercelli, Genova, Firenze, Livorno, Napoli, Roma, Paliano, Civitavecchia, Santa Maria Capua Vetere, Vasto. 

E' il carcere di Poggioreale, che ospita 2800 detenuti, ad anticipare la strada al Natale che viene, in tanti in una bella sala addobbata, cibo buono, clima di famiglia e il sogno che è possibile volersi bene.

da Il mattino del 24 dicembre 2013 


Grande festa a Poggioreale. Per il decimo anno consecutivo la Comunità di Sant`Egidio ha anticipato il Natale con un cenone natalizio con 150 detenuti, scelti tra questi dieci anni hanno partecipato ai pranzi, Salvatore Acerra e Cosimo Giordano. Il cardinale Sepe, oggi da Papa Francesco, ha inviato un messaggio, dove ha formulato gli auguri ai detenuti per festività natalizie ed ha ringraziato i volontari, esortandoli a vivere sempre sentimenti di solidarietà e carità verso chi è nel bisogno. «Auspico pure che la condivisione del pranzo contribuisca a rinsaldare i vincoli di una sincera amicizia, divenendo così stimolo per rinnovare l`impegno a crescere nella giustizia e nella pace», ha concluso Sepe. Un menù tipicamente natalizio, con l`insalata di rinforzo e la pizza di scarole preparate dal ristorante La Bersagliera. E poi cannelloni, polpettone, friarielli, clementine, panettone, frutta secca. Il tutto innaffiato dal vino delle Cantine Grotta del Sole. Alla fine Babbo Natale ha portato un regalo per ognuno: una felpa, sigarette, cioccolatini e il necessario per scrivere una
lettera.
Un detenuto della Costa D`Avorio appena ha saputo che il pranzo è stato organizzato dalla Comunità di Sant`Egidio si è commesso e tra le lacrime ha spiegato: «loro hanno fatto fare la pace nel mio Paese», un altro del Ghana ha ritrovato il fratello che non vedeva da tempo. A tavola con i detenuti c`era la moglie di Giuseppe Salvia, vicedirettore ucciso nel 1981 dalla camorra di Cutolo, un gesto di riconciliazione che ha commosso tutti. Un detenuto si è avvicinato e le ha detto: «A me hanno ucciso mio padre, ma oggi dopo aver avuto l`onore di pranzare con lei, mi ritengo una persona fortunata». Erano presenti anche il presidente del Tribunale di Sorveglianza Carminantonio Esposito, gli imprenditori Gianni Punzo e Rossella Paliotto, il garante dei detenuti Adriana Tocco, e la direttrice sanitaria dell`Asl Nal Antonella Guida. Il comico Peppe Iodice ha regalato ai detenuti un sorriso e un po` di allegria.
Alla fine la comunità di Sant`Egidio, ha spiegato: «In questo momento difficile, vogliamo essere vicini ai detenuti e agli operatori penitenziari, e auspichiamo che al più presto vengano presi provvedimenti per rendere più umana la vita nelle carceri italiane».


E proprio ieri Maria Cacace, madre di Enzo Di Sarno, detenuto dal 2009 affetto - come riferito dai familiari - da un tumore spinale dopo aver scritto al presidente Napolitano ha lanciato un appello: «Chiedo a chi ne ha il potere di avere un po` di misericordia». Di Sarno è in attesa di giudizio con l`accusa di omicidio.

DANIELA DE CRESCENZO




sabato 14 dicembre 2013

Umanizzare le carceri in Africa: una campagna di solidarietà che riparte in questo Natale!

Da molti anni la Comunità di Sant'Egidio interviene nelle carceri africane con aiuti concreti in favore delle popolazioni detenute. 

La vita in molte carceri africane è particolarmente dura: nelle celle non c’è aria, non c’è luce elettrica, spesso non c’è acqua. Il sapone è un genere di lusso che arriva solo due o tre volte l’anno. Non ci sono letti, nel migliore dei casi solo qualche stuoia: si dorme per terra, nel fango, a volte non c’è spazio neanche per permettere a tutti di sdraiarsi contemporaneamente. Le condizioni igieniche sono pessime. I medici non ci sono, le epidemie si diffondono facilmente e molti muoiono così, senza cure.  Il cibo, già scarso in molti paesi africani a causa della povertà, in carcere talvolta è assente e alcuni muoiono di stenti. Gran parte dei detenuti resta in attesa di giudizio per lungo tempo perché non è in grado di pagare l’avvocato che permetterà l’inizio del processo. Come è successo a J.G., un camionista nigeriano accusato di contrabbando. In carcere, a Conakry, non trovava nessuno che parlasse la sua lingua. Da un anno e mezzo attendeva un processo che non sarebbe mai stato celebrato, perché nessuno lo aveva richiesto. La Comunità di Sant’Egidio ha trovato un interprete e ha pagato un avvocato (circa 50 euro) per avviare il processo. La sentenza lo ha condannato a un anno di prigione, che J.G. aveva già scontato.
Molti detenuti non hanno vestiti per coprirsi e rimangono con gli stessi indumenti anche per mesi. Le condizioni sono spesso disumane: nel carcere di Faranah in Guinea Conakry non c’è approvvigionamento idrico e l’acqua viene portata ogni giorno dalle autobotti. Nel carcere di Tcholliré nel nord del Camerun non ci sono i letti e la Comunità ha donato 1100 materassi. In quello di N’Zerekore mancano i cortili all’aria aperta. Nelle carceri di Lichinga e di Cuamba in Mozambico, sono state ristrutturate 12 latrine e, grazie alla raccolta fondi di Sant’Egidio, è stato rifatto l’impianto idrico.


Ecco il programma per l'umanizzazione delle carceri africane:
Come aiutare

Sostegno alimentare 
Con 6 euro al mese è possibile assicurare una integrazione alimentare giornaliera ( riso e verdure fresche ) a un detenuto

Sostegno sanitario
Con 20 euro, si acquista una cassa di 100 pezzi di sapone che permette a 100 detenuti di lavarsi per un mese.
60 euro al mese sono sufficienti per garantire l’acquisto di medicine di base e per pagare il compenso a un medico che si reca settimanalmente in carcere.

Assistenza legale
Con 50 euro si assicura l’assistenza legale a un detenuto in attesa di giudizio: si tratta di una serie di azioni che vanno dal recupero del dossier - che spesso rimane nel commissariato dove l’arresto è avvenuto.

Liberare i prigionieri 
Con una somma che varia dai 200 ai 500 euro, a seconda dei paesi, si liberano quei detenuti che arrestati per piccoli reati, hanno scontato la pena detentiva, ma restano in carcere perché non hanno il denaro per estinguere quella pecuniaria.

Donazioni online
Comunità di Sant'Egidio - Emergenze Umanitarie - Pakistan - Raccolte Donazioni Se qualcuno vuole contribuire al sostegno in maniera speciale in queste aree può inviare liberamente un contributo una tantum con la causale “Liberare i prigionieri” tramite donazione online oppure

c/c postale e bancario n. 807040 , intestato a Comunità di S. Egidio ACAP ONLUS, 

IBAN IT67D0760103200000000807040


piazza S.Egidio 3/a, 00153 Roma, causale "Liberare i prigionieri "

http://www.santegidio.org/index.

La Comunità di Sant’Egidio interviene nelle carceri di 15 paesi dell’Africa. Si tratta di una presenza capillare che riguarda sia i grandi centri di detenzione, in alcuni dei quali sono reclusi anche i condannati a morte, sia piccole prigioni di distretti rurali. L’aiuto della Comunità di Sant’Egidio raggiunge decine di migliaia di detenuti africani.

Anche dalle carceri italiane!
Dal 2009 la campagna “Liberare i prigionieri” è entrata anche nelle carceri di Roma e di tutta Italia. Abbiamo chiesto ai detenuti delle carceri italiane di venire incontro alle necessità di quelli che si trovano nelle carceri africane. 
Perché nessuno è così povero da non poter aiutare un altro. E la dignità di una persona dipende anche dalla possibilità di aiutare gli altri. Basta poco, spesso:  un piccolo aiuto può cambiare la vita di una persona. Così anche i detenuti hanno potuto contribuire ad alleviare le terribili condizioni di detenzione nelle carceri di alcuni paesi africani. 

La Campagna continua in questo Natale e sempre. Aiuta anche tu! 

L'impegno delle "città per la vita" prosegue con la campagna per Anthony Farina

La Comunità di Sant'Egidio invita tutti gli amici di penna dei condannati a morte e i sindaci delle città per la vita a  inviare una cartolina di auguri di Natale ad Anthony Farina. 
L'indirizzo di Anthony e': 
Anthony J. Farina, Jr., #684135 
UCI P6224, 7819 N. W. 228th Street 
Raiford, FL 32026, USA

http://www.santegidio.org/scrivi a un condannato a morte



Ricevere una lettera vuol dire trovare motivi di resistenza quando ci si sta lasciando andare sotto il peso della solitudine e del vuoto di speranza. In queste condizioni di terribile inquietudine trovare qualcuno che ti scrive, che si ricorda, è un po' come trovare un tesoro: 
"...La distanza geografica non è un problema per me, credo infatti che la cortesia e l'amicizia vadano oltre il tempo e lo spazio..." (Efren, Arizona)
"Sono felice che tu mi abbia scritto, ormai pensavo che la mia vita non interessasse a nessuno ... (Darwin, Oklahoma)


venerdì 13 dicembre 2013

Sia forte il no alla pena di morte

Questa settimana si celebrano nel mondo i diritti umani, in occasione del 65° anniversario della Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite. Ed è proprio in queste giornate che vogliamo ricordare l'importanza della battaglia contro la pena di morte e il ruolo che a questo riguardo l'Italia ha svolto e sta svolgendo nel mondo, ad opera non solo del suo governo, ma anche di altre istituzioni e associazioni, come la Comunità di S.Egidio e Nessuno Tocchi Caino.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-12/sia-forte-no-pena-morte-064449.shtml?uuid=ABTxAIi 

Giuliano Amato e Federico Mayor sono membri della International Commission against the Death Penalty (www.icomdp.org).


Federico Mayor, già direttore generale dell'Unesco e ministro per l'Educazione e la Scienza in Spagna, ne è presidente.


di Giuliano Amato e Federico Mayor

Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/12oJnC

giovedì 12 dicembre 2013

Papa: condizioni inumane carceri, recuperare tutti i detenuti

Papa Francesco esorta a dire basta "alle condizioni inumane di tante carceri, dove il detenuto e' spesso
ridotto in uno stato sub-umano e viene violato nella sua
dignita' di uomo, soffocato anche in ogni volonta' ed espressione di riscatto". 
"L'uomo - scrive nel Messaggio per la
Giornata della Pace - si puo' convertire e non bisogna mai
disperare della possibilita' di cambiare vita".  


"Desidererei - confida Papa Bergoglio - che questo fosse un messaggio di fiducia per tutti, anche per coloro che hanno commesso crimini efferati, poiche' Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva" Secondo Francesco, occorre guardare "al delitto e alla pena nel contesto ampio della socialita' umana".
"La Chiesa - scrive - fa molto in tutti questi ambiti, il piu' delle volte nel silenzio". "Esorto ed incoraggio a fare
sempre di piu', nella speranza - conclude - che tali azioni
messe in campo da tanti uomini e donne coraggiosi possano
essere sempre piu' sostenute lealmente e onestamente anche dai
poteri civili". (AGI)