lunedì 7 aprile 2014

Ci scrive Anthony Farina dal braccio della morte:"Grazie per le cartoline che mi avete mandato!"

Grazie a una campagna lanciata proprio prima di Natale dalla Comunità di Sant'Egidio su queste pagine, Anthony ha ricevuto tanti messaggi di amicizia e solidarietà. Ne è stato felice. 

Abbiamo il tempo per mandargliene tante anche ora, prima di Pasqua!

Ecco il suo indirizzo:


Anthony Farina # 684135
Union Correctional Institution P6227
7819 NW 228th St.
Raiford  FLORIDA  32026 - 4410
USA




Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera da parte di Anthony Farina ricevuta da Celia Ouellette di Reprieve.  Repreive è un’associazione con sede a Londra, formata da avvocati e attivisti che lavorano a livello internazionale per salvare la vita di cittadini britannici ed europei che sono stati condannati a morte negli Stati Uniti. Da tempo si occupa del caso di Anthony Farina, italo-americano condannato a morte in Florida.



Cari tutti,
ho ricevuto la più bella lettera di Anthony Farina! Voglio esprimere la mia gratitudine  a tutti voi che avete contribuito a portare avanti la campagna di sensibilizzazione per Anthony e  Comunità di Sant'Egidio per gli sforzi compiuti in tal senso e per chiedere alla gente di inviare le cartoline di auguri di NatalePer essere onesti, le mie parole non possono essere migliori delle sue, perciò vi mando ciò che ha scritto
a presto Celia Ouellette

"Cara Celia, 
durante il nostro ultimo incontro mi hai chiesto se mi avrebbe fatto piacere ricevere gli auguri di Natale da tanti amici. Beh, ti ho detto di si e in effetti è andata così, le lettere e le cartoline sono cominciate ad arrivare qui dentro. 
Che gioia hanno portato al mio cuore!
Alcun messaggi erano scritti in italiano - uno era anche in francese! In primo luogo sono rimasto sorpreso che le abbiano fatte entrare. Non molto tempo fa c'è stato un blocco di tutta la posta che non era in inglese. Per ricevere una lettera in lingua straniera serve un permesso speciale, insomma bisogna dimostrare che è la tua lingua madre. 
Così mi è giunto un altro regalo dal mio Padre in cielo . . .
Tra le tante lettere che ho ricevuto e che hanno benedetto profondamente la mia anima ne vorrei condividere due molto speciali. 
La prima:  era una busta riempita con 20 o più di cartoline. Mentre le guardavo - il 98 % in italiano - mi accorgevo che  queste erano state scritte dai bambini.  Poi ho trovato una nota. Un insegnante di scuola ha sentito parlare di me e in qualche modo ha ottenuto che la sua classe mi scrivesse tutte quelle cartoline. Non voglio mentire, questo ha portato qualche lacrima nei miei occhi. E' stato molto toccante e stimolante.
La seconda è però la lettera che davvero raggiunto di più la mia anima e mi ha fatto piangere. Era di una donna in Slovacchia - ancora un'altra insegnante, ho capito dopo. Ma Celia mi sono fermato - solo vedendo il suo nome nel mittente. Il suo nome è Katarina, come la mia sorellina scomparsa un anno fa, a febbraio. Il nome dell'insegnante è Katarina, così puoi immaginare quante emozioni mi ha portato questa lettera. In questo mondo immenso Dio ha parlato al cuore di una donna nella piccola nazione della Slovacchia e lei dal suo cuore è arrivata a me... "

sabato 5 aprile 2014

Il Pakistan conferma la moratoria sulle esecuzioni, sono 7.164 le vite risparmiate!

Una fonte riporta la notizia che il Ministro degli Interni Chaudry Nisar Ali ha confermato la sospensione a tempo indeterminato delle condanne capitali in Pakistan. 

Attualmente, ci sono 7.164 persone, tra cui 51 donne, la cui condanna a morte non sarà eseguita. 


“Finché non sarà completato il processo di consultazioni tra il Presidente [Mamnoon Hussein] e il Primo Ministro [Nawaz Sharif], l’implementazione della pena di morte è stata sospesa”, ha detto Nisar.

Il Governo ha pubblicamente negato qualsiasi pressione esterna in merito alla decisione da parte dell’Unione Europea, che ha recentemente concesso al Pakistan lo status speciale sul commercio che favorisce le esportazioni del Pakistan, in particolare di prodotti tessili, e un maggiore accesso ai Paesi membri dell’UE.




http://www.senzabarcode.it/2014/04/pakistan

Satinah Binti Djumadi è salva! Il governo indonesiano ha pagato la cauzione per salvare la sua vita

Una storia di emigrazione, sofferenza e violenza. Ma non ci sarà altro spargimento di sangue. Il governo indonesiano ha pagato la cauzione per salvare la vita a Satinah Binti Djumadi, domestica indonesiana condannata a morte in Arabia Saudita.
Come tanti altri lavoratori provenienti dall'Indonesia, aveva trovato lavoro come colf, la donna di 40 anni aveva ucciso la propria datrice di lavoro, in risposta agli abusi subiti. Condannata a morte l’esecuzione della sentenza era già stata rimandata per cinque volte in passato ed era prevista per giovedì scorso. 

http://www.asianews.it/notizie-it

Il governo indonesiano verserà parte dei 7 milioni di riyal (1,9 milioni di dollari) necessari per fermare il boia. 
In Arabia Saudita, nazione in cui vige la legge islamica, la famiglia di una
vittima di omicidio può dirimere la controversia ricevendo una sorta di "tangente" (Blood Money) dalle mani dell'imputato, evitando così che venga giustiziato. A questa si deve inoltre aggiungere la grazia del re saudita, che il governo indonesiano aveva già ottenuto nei giorni scorsi grazie a un'intensa opera diplomatica. 
Djoko Suyanto, ministro indonesiano della Sicurezza, ha confermato ieri che il governo ha deciso di stanziare i tre milioni di riyal mancanti per salvare la vita della donna. "Abbiamo accolto le richieste della famiglia" aggiunge il ministro, "e questo servirà per salvare Satinah dalla condanna a morte". 

La vicenda di Satinah ricorda da vicino il dramma di Ruyati binti Saboti Saruna, lavoratrice migrante indonesiana giustiziata nel giugno 2011 in Arabia Saudita per concorso in omicidio. La sua morte aveva scatenato feroci polemiche in patria, per l'inerzia mostrata dal presidente Susilo Bambabg Yudhoyono e le modalità secondo cui è avvenuta l'esecuzione: Riyadh non ha avvertito né l'ambasciata indonesiana, né il governo di Jakarta. Nel caso di Satinah Binti Djumadi, invece, il capo di Stato si è subito attivato per fermare il boia, combattendo una lunga battaglia legale e ottenendo per cinque volte lo slittamento dell'esecuzione della sentenza. 

In Arabia Saudita vi sono almeno 1,2 milioni di indonesiani, il 70% dei quali impiegati come camerieri o domestiche. Movimenti internazionali contro la pena di morte affermano che, nel solo 2011, almeno 27 persone sono state decapitate per reati di vario genere; un dato peraltro in diminuzione, se confrontato con i 67 del 2008. Nel Paese è in vigore una versione stretta della sharia, che punisce con la condanna a morte diversi reati fra cui stupro, omicidio, apostasia, rapina a mano armata e traffico di droga. 
Jakarta (AsiaNews/Agenzie) - Jakarta pagherà una "tangente" di 7 milioni di riyal (pari a 1,9 milioni di dollari), per fermare l'esecuzione di una domestica indonesiana in Arabia Saudita. Satinah Binti Djumadi, 40 anni, è stata condannata nel 2011 per furto e omicidio; la donna (nella foto) è finita nel braccio della morte con l'accusa di aver ucciso nel 2007 la propria datrice di lavoro - in risposta ai maltrattamenti subiti - e di aver rubato la somma di 40mila riyal (circa 10mila dollari), con i quali fuggire. Ieri era prevista l'esecuzione della sentenza, per decapitazione. Tuttavia, la vicenda nelle ultime settimane aveva attirato l'attenzione di cittadini e società civile nel Paese d'origine; in molti si sono attivati con campagne di sensibilizzazione mirate alla raccolta del denaro necessaria per per salvarle la vita. 

mercoledì 2 aprile 2014

Con Sant'Egidio scarpe per tutti al carcere di Carinola

Gli amici di Sant'Egidio di Napoli con il personale del carcere
Circa 100 detenuti hanno partecipato ad una distribuzione di scarpe e di bagnoschiuma nel carcere di Carinola. Non è la prima volta che la Comunità di Sant'Egidio entra nell’Istituto di pena casertano, ma da quando è diventato una prigione a custodia attenuata con un reparto di sorveglianza dinamica è la prima visita che effettuiamo. 

Per un giorno il teatro si è trasformato in un grande negozio di calzature dove tutti potevano misurare le scarpe più comode e scegliere i colori preferiti. 

Si preparano le scarpe e i bagnoschiuma da distribuire
Erano presenti il direttore, Carmen Campi, il comandante, don Enrico il cappellano che ha portato ai detenuti il saluto del vescovo di Sessa Aurunca mons. Piazza, e gli educatori.  

Tra i tanti detenuti alcuni provenienti dal carcere di Poggioreale erano stati al pranzo di Natale o erano seguiti dalla Comunità. 

Il direttore ha voluto ringraziare la Comunità per quest’incontro pensato da un po' di tempo e finalmente realizzato e ci si è dati appuntamento per una nuova occasione di amicizia  e di  festa.




sabato 29 marzo 2014

Giappone: Iwao Hakamada libero dalla condanna a morte - perchè innocente - dopo 48 anni nel braccio della morte.


Comunicato 
per la liberazione 
del sig. Iwao Hakamada
dopo 48 anni di prigionia nel braccio della morte.

Per un livello più alto 
e più umano dell'amministrazione della giustizia in Giappone
La Comunità di Sant'Egidio accoglie con gioia la notizia della liberazione del sig. Iwao Hakamada avvenuta il 27 marzo, dopo 48 anni di prigionia nel braccio della morte. Esprimiamo tutta la nostra vicinanza e amicizia sia verso di lui sia verso la sorella signora Hideko, con la quale la Comunità di Sant'Egidio ha organizzato incontri e conferenze sui diritti umani e la pena di morte, anche più specificatamente sull'ingiusto caso di condanna del sig. Iwao Hakamada. 

La Comunità di Sant'Egidio infatti da molti anni segue sia in Europa sia in Giappone stesso questo caso che ha toccato il cuore di milioni di persone di tutto il mondo, promuovendo una profonda riflessione sul senso della giustizia e sull'assurdità della condanna a morte. 
Questa liberazione, dopo tanti anni, costituisce motivo di una riflessione ed impegno ad una maggiore responsabilità, grande lavoro umano e sociale per la moratoria della pena di morte in Giappone, e in ogni Paese del 

Nessuno Stato ha il diritto di togliere la vita a nessuno, tanto più a chi è innocente, com'è il caso riconosciuto da decennni del sig. Hakamada.

Mentre auguriamo a lui la salute, lo sosteniamo con l'amicizia, auspichiamo che la riapertura del processo sul suo caso porti a pieno riconoscimento della sua innocenza. Esprimiamo inoltre il nostro apprezzamento nei confronti del giudice (della Corte distrettuale di Shizuoka) Hiroaki Murayama, e ci auguriamo che il suo esempio possa essere seguito da molti rappresentanti della magistratura e delle autorità della giustizia governativa.

Noi della Comunità di Sant'Egidio rinnoviamo e rafforziamo il nostri impegno democratico per il riconoscimento dei diritti umani e per un livello più alto e più umano dell'amministrazione della giustizia in Giappone.

http://nodeathpenalty.santegidio.org/en/news-57/japan-santegidio-community-press

giovedì 27 marzo 2014

La pena di morte diventerà un ricordo del passato

Ginevra, al Congresso Mondiale della World Coalition Against the Death Penalty
Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l'abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi, soprattutto i due mediorientali, hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento.    

"L'aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq è vergognoso. Tuttavia, quegli stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre più isolati", ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. "Solo un piccolo numero di paesi ha portato a termine la vasta maggioranza di questi insensati omicidi sponsorizzati dallo stato e ciò non può oscurare i progressi complessivi già fatti in direzione dell'abolizione". Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove, sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati, Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L'Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d'America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni.

Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l'uso della pena di morte.    Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l'anno scorso. Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa - Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.    

Trent'anni fa, il numero dei paesi che avevano eseguito condanne a morte era stato di 37. Il numero era sceso a 25 nel 2004 ed è ulteriormente sceso a 22 l'anno scorso. Nell'ultimo quinquennio, solo nove paesi hanno fatto ricorso anno dopo anno alla pena capitale. "Il percorso a lungo termine è chiaro: la pena di morte sta diventando un ricordo del passato. Sollecitiamo tutti i governi che ancora uccidono in nome della giustizia a imporre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, in vista della sua abolizione", ha concluso Shetty. In molti paesi che ancora vi ricorrono, sottolinea il rapporto di Amnesty International, la pena di morte è circondata dal segreto e in alcuni casi le autorità neanche informano le famiglie e gli avvocati, per non parlare dell'opinione pubblica, sulle esecuzioni in programma.

mercoledì 26 marzo 2014

Buone notizie! Mamme fuori dal carcere, due bambini nati liberi


"Un bambino non dovrebbe mai vedere detenuta la propria mamma" dice così don Virgilio Balducchi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri, che ha "inventato" un progetto che ha permesso a 13 mamme di scontare la pena in strutture di accoglienza con i loro bambini. La legge lo consente, ma ci sono donne che sono prive di alloggio e di sostegni all'esterno. Ora Il sogno di rendere liberi i bambini insieme alle loro madri comincia a realizzarsi. e intanto due bambini sono nati liberi! Il progetto è un segno tangibile di vicinanza della Chiesa italiana alle madri che vivono in carcere. All’iniziativa collaborano in modo continuativo la Comunità Sant’Egidio e la Comunità Papa Giovanni XXIII. 


da Avvenire del 26 marzo 2014

Un bambino non dovrebbe mai stare dietro le sbarre di un carcere. Senza vedere il cielo, senza sapere cos’è un orizzonte. E, possibilmente, non dovrebbe mai vedere detenuta la propria mamma. Partendo da questi due semplici assunti è nato da un anno un progetto di accoglienza per le mamme carcerate con prole e senza dimora, pensato e realizzato dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri, dalla Caritas italiana e dalla Fondazione Migrantes.

I dati del Ministero sulla popolazione carceraria, al 31 dicembre 2013, registrano 43 madri detenute, 45 bambini con meno di tre anni e 22 detenute in gravidanza. 

«Va precisato – spiega il responsabile nazionale dei cappellani, don Virgilio Balducchi – che la legge prevede gli arresti domiciliari, meno che in caso di reati molto gravi, per la madre con un bimbo di età inferiore ai sei anni». Tuttavia restano penalizzate le donne che non hanno una residenza, in genere le rom, le immigrate e alcune italiane senza dimora. Il servizio si propone di accogliere ed ospitare, per periodi medio-lunghi, donne che hanno i requisiti per usufruire di misure alternative alla detenzione, ma che non possono accedere ai benefici previsti dalla legge perché prive di adeguato domicilio legale.


«La situazione carceraria nel nostro Paese – prosegue don Balducchi – conosce una crisi ormai di dimensioni strutturali. A fronte di una legislazione tra le più avanzate in ambito europeo, permangono criticità di ordine organizzativo e gestionale, nonostante l’impegno dei vari soggetti istituzionali, delle associazioni e di quanti lavorano all’interno delle carceri». Per rispondere al dettato evangelico che richiama al rispetto della persona umana in qualsiasi condizione di vita si trovi e per tentare di dare applicazione all’articolo 27 della Costituzione è nato nel settembre 2012, dopo un previo accordo con il capo del Dap, Giovanni Tamburino, il progetto "mamme con prole".

«Abbiamo avviato – puntualizza il responsabile dei cappellani carcerari italiani – un’indagine conoscitiva, attraverso i cappellani che ha rilevato diversi casi sul territorio. Nel contempo sono state individuate 32 strutture sul territorio disponibili all’accoglienza». Ma non basta, occorre la volontà delle interessate.

«C’è chi ha magari altri figli e può avere interesse a rimanere in carcere per non perdere i contatti. Comunque, dopo aver incrociato i dati in nostro possesso con i dati inviatici dal Dap, sempre attraverso i Cappellani si è provveduto ad un primo intervento conoscitivo della volontà da parte delle donne con prole ad essere accolte in una struttura di accoglienza». Rilevato l’interesse di 20 donne, il Progetto è stato proposto alla Cei per finanziarlo.


«Superata la difficoltà di individuare le donne – spiega don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana – abbiamo presentato il progetto alla presidenza della Cei. Non mi è stata fatta nessuna domanda e nessuna obiezione. Hanno colto subito la ricchezza del progetto, la prospettiva e il lavoro d’insieme». Ogni donna con bambino costa per questo progetto 30 euro circa al giorno contro i quasi 115 del carcere stimati da uno studio della scorsa estate della  polizia penitenziaria. 

«Nel febbraio 2013 – prosegue Soddu – la Cei ha disposto di stanziare un fondo di 200mila euro annui, per due annualità, per un totale di 400mila euro, da destinarsi come contributo per l’accoglienza delle ospiti presso le strutture disponibili. Il contributo prevede un rimborso giornaliero di 30 euro anticipato, di tre mesi in tre mesi per un anno, nell’ipotesi di permanenza dell’ospite presso la struttura allo scadere di ogni trimestre. Il Progetto vuole porre un segno tangibile di vicinanza della Chiesa italiana alle madri che vivono in carcere per offrire, a chi non ha possibilità proprie, un luogo di accoglienza per il loro vissuto materno». All’iniziativa collaborano in modo continuativo, anche la Comunità Sant’Egidio e la Comunità Papa Giovanni XXIII. L’intervento è divenuto operativo a partire dal 1 marzo 2013. Dopo un anno sono state accolte 13 donne con bambini su 50 posti e due donne hanno partorito, allattato e svezzato i loro neonati in queste comunità e non dietro le sbarre.

Che futuro ha questo progetto?
«Siamo a metà – spiega ancora don Soddu – ma c’è ancora da lavorare. Il bilancio è buono, abbiamo ospitato una dozzina di donne e l’aver lavorato insieme è stata una grande cosa. Vogliamo comunque ripresentarlo nel 2015 se ce ne sarà le necessità». Finora due bambini sono nati liberi e 12 mamme stanno ritrovando se stesse. E, soprattutto, i piccoli stanno imparando ad apprezzare il cielo che scende  fino all’orizzonte.

Paolo Lambruschi

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/mamme-e-bambini-in-carcere.aspx