mercoledì 8 ottobre 2014

Cities for life! Cambia il mondo a partire dalla tua città


1600 città del mondo 
contro la pena di morte


Cities for life












“Cambia il mondo a partire dalla tua città”. Questo è l’appello raccolto da oltre 1600 comuni del mondo per sostenere l’impegno della Comunità di Sant’Egidio per l’abolizione della pena di morte nel pianeta.

Una rete di metropoli, di piccoli centri e grandi città che in Europa e nel mondo hanno scelto di fare propria la battaglia per cancellare la pratica disumana della pena capitale dal panorama giuridico degli Stati.

Cambiare  il mondo a partire dal luogo dove si vive e si lavora, mobilitare la società civile, sensibilizzare i propri cittadini a sostenere il rispetto della vita e della dignità dell’uomo, è una battaglia culturale per non cedere alla tentazione di un superficiale e inutile sentimento di vendetta e allo stesso tempo per riflettere sul fenomeno della violenza diffusa in tanti contesti urbani.

Per questo, il 30 novembre 1600 città si illumineranno, faranno risplendere il loro monumenti più belli  per essere “Città della vita, città contro la pena di morte”.

martedì 7 ottobre 2014

Birmania: in nome della riconciliazione nazionale liberi 3.000 detenuti

Le carceri birmane si sono svuotate oggi di oltre 3 mila detenuti, con un'amnistia - l'ultima di una serie iniziata tre anni fa con le riforme del governo civile - che ha rimesso in libertà però perlopiù criminali comuni, con soli pochi ex militari caduti in disgrazia e nessun prigioniero politico di rilievo.Il provvedimento ricalca in ogni caso una dinamica già vista: con l'avvicinarsi di un evento importante - in questo caso due summit che ospiterà a novembre - Naypyidaw sembra voler mostrare alla comunità internazionale che il vento è davvero cambiato per il meglio.

http://www.internazionale.it/news/birmania

L'annuncio è stato pubblicato sulla pagina Facebook del ministro dell'Informazione, Ye Thut. "I prigionieri sono stati rilasciati per ragioni umanitarie, in nome della riconciliazione nazionale, della legge e dell'unità tra le etnie", si legge nelle motivazioni.

Tra gli ex detenuti figurano diversi membri delle forze di intelligence militare di Khin Nyunt, l'ufficiale purgato nel 2004 dall'allora dittatore Than Shwe perché sospettato di star costruendo una base di potere alternativa.

Secondo l'Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (Aapp), che dalla Thailandia tiene il conto dei detenuti di coscienza, nessun appartenente a questa categoria è interessato dall'amnistia di oggi e dietro le sbarre rimangono circa 75 persone imprigionate per le loro idee. Per il "Comitato per lo scrutinio dei prigionieri politici", un organo governativo istituito l'anno scorso per valutare quali detenuti soddisfano tale condizione, almeno 13 persone rilasciate oggi rientrano in questa definizione.

Dalla nascita del governo semi-civile dell'ex generale Thein Sein nel 2011, in un Paese dove comunque la struttura di potere è ancora fortemente orientata verso i militari, la Birmania ha approvato ormai una decina di amnistie, che hanno progressivamente rimesso in libertà circa 2 mila prigionieri politici.

Il tutto è avvenuto in un'atmosfera di graduale apertura dopo mezzo secolo di dittatura culminato con l'isolamento internazionale, e da allora le riforme - tra cui l'apertura politica alla leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi - hanno portato alla rimozione di gran parte delle sanzioni americane ed europee, nell'ambito di una nuova corsa agli investimenti stranieri nel Paese.

Il desiderio della autorità birmane di aprirsi all'estero - dopo che l'isolamento aveva portato a un'eccessiva e controversa influenza della Cina - è evidente anche dalla tempistica delle diverse amnistie, compresa quest'ultima. Il prossimo mese, Naypyidaw ospiterà infatti il nono "East Asian Summit" e il 25esimo vertice dell'Asean (Paesi del Sud-est asiatico), e attende con impazienza l'arrivo - il secondo in due anni - del presidente statunitense Barack Obama.

L'Oklahoma riprenderà a fare esecuzioni

L'Amministrazione Penitenziaria dell’Oklahoma ha pubblicato il nuovo protocollo di iniezione letale: i farmaci rimangono gli stessi, la dose viene aumentata di 5 volte, e si passa da due endovene inserite uno in ogni braccio, ad una singola endovena in un solo braccio; viene inoltre autorizzato l’uso di altre vene se necessario, e viene aggiunto un membro dello staff con l’incarico di tenere monitorato il flusso dei farmaci in vena; è stato previsto anche lo spegnimento del microfono dopo che il condannato ha fatto la sua ultima dichiarazione.

Come è noto, ha creato molte polemiche l’esecuzione del 29 aprile di Clayton Lockett, esecuzione durata 43 minuti durante la quale il condannato ha dato palesi segni di sofferenza. Sembra che il problema principale sia stato il difettoso inserimento dell’endovena in una vena dell’inguine, che avrebbe mandato gran parte dei farmaci nei muscoli e non nel circolo sanguigno.

Il nuovo protocollo abbassa da 12 a 5 i giornalisti che possono assistere all’esecuzione, e come dicevamo prima, vengono disattivati i microfoni. Viene indicato “personale medico” per alcune funzioni, ma il termine è vago, e non sembra prevedere la presenza di un medico, quanto piuttosto di infermieri professionali. In caso di problemi nel trovare una vena idonea, il nuovo protocollo prevede che dopo un’ora di tentativi venga informato il direttore della prigione il quale a sua volta informerà l’ufficio del Governatore per valutare l’opportunità di una sospensione dell’esecuzione.

Il direttore dell’amministrazione Penitenziaria Robert Patton, al centro nei mesi scorsi di molte polemiche per la sua tendenza a minimizzare quanto accaduto durante l’esecuzione di Lockett, non ha rilasciato commenti al nuovo protocollo. Dale Baich, una degli avvocati che assistono un gruppo di detenuti del braccio della morte, ha commentato negativamente, notando che non c’è nessun miglioramento sul piano della trasparenza, che anzi viene ulteriormente diminuita, confermando la segretezza sulle fonti dei farmaci, la segretezza sul personale, e più che dimezzando i testimoni della stampa.

La prossima esecuzione in Oklahoma sarebbe prevista per il 13 novembre, ma il 18 settembre il giudice federale Stephen Friot ha consigliato all’Amministrazione Penitenziaria di disporre la sospensione delle esecuzioni in calendario per novembre e dicembre, dicendo: “Non mi sembra realistico che i passaggi che serve siano fatti possano in alcun modo essere completati nell’arco di tempo tra oggi e le date previste”.  

Appello urgente per la salvezza di Reyhaneh Jabbari

Il mondo si sta mobilitando per salvare Reyhaneh Jabbari, la 26enne iraniana condannata a morte nel 2009 per l’omicidio, avvenuto nel 2007, di un ex impiegato del ministero dell’Intelligence.

La donna ha dapprima ammesso l’omicidio, dichiarando di aver reagito a un’aggressione sessuale; poi ha denunciato di essere stata costretta a confessare sotto tortura; infine, ha chiamato in causa un’altra persona, un uomo, presente nella stanza in cui era avvenuto l’omicidio.

L’esecuzione, dapprima fissata il 15 aprile poi il 30 settembre, è stata ulteriormente rinviata di 10 giorni. Manca poco tempo al nuovo appuntamento col boia.

Quello di Reyhaneh Jabbari è uno dei rari casi di condanne a morte in Iran di cui il mondo viene a conoscenza, in questo caso grazie alla madre della donna, e su cui si mobilita. Nei primi nove mesi di quest’anno, le esecuzioni nel paese sono state già oltre 550.

Per coloro che si battono contro la pena di morte, colpevole o innocente, Reyhaneh Jabbari non deve morire. Mettiamo dunque a disposizione l’appello di Amnesty International per l’annullamento della condanna e la riapertura del processo.

http://www.amnesty.it/iran-pena-di-morte-reyhaneh-jabbari

lunedì 6 ottobre 2014

Sud Africa: ingiustamente estradato in un paese in cui è utilizzala la pena di morte

L’Alta Corte di Pretoria ha stabilito che il Sudafrica ha ingiustamente estradato un imputato di omicidio nel suo Paese d’origine, il Botswana, dove potrebbe essere condannato a morte. Il Sudafrica impedisce infatti l’estradizione in Paesi in cui è utilizzata la pena di morte. 
La sentenza della Corte ha dichiarato illegale e incostituzionale la deportazione del cittadino del Botswana Edwin Samotse, il quale è stato consegnato a funzionari del vicino Botswana in violazione delle norme sudafricane che vietano l’estradizione o la deportazione delle persone in Paesi che hanno la pena di morte, abolita in Sudafrica nel 1995.
Il Botswana ha rifiutato di dare assicurazioni che Samotse non avrebbe rischiato la pena di morte. 

Un selfie contro la pena di morte

NEW YORK – Un selfie contro la pena di morte: l’ultimo progetto di Mark Asnin e’ una campagna in cui il fotografo americano ha chiesto a colleghi di caricare auto-ritratti sul sito web Final-Words.org accompagandoli con  un micromessaggio in al massimo 140 caratteri per descrivere la ragione per cui sono contrari alle esecuzioni.

Asnin ha usato il crowdfunding e i social media per sensibilizzare l’opinione pubblica all’opposizione contro la pena capitale: “Il selfie e’ il modo moderno di mostrare una storia”, ha spiegato il fotografo al New York Times: “Non  cose della mia generazione, non come sono stato abituato a confrontare l’ingiustizia sociale. Ma non voglio essere un vecchio fotografo di 51 anni che si tira indietro. Sarebbe come mettere la testa nella sabbia”.

La campagna “Photographers Selfie Against the Death Penalty” fa parte di un progetto più ampio intitolato Final Worlds che raccoglie 517 “dichiarazioni finali” di altrettanti prigionieri del braccio della morte di Huntsville in Texas. Le frasi sono accostate alle foto segnaletiche dei detenuti, una sinopsi del delitto per cui sono stati condannati e altri particolari sulla vita dei prigionieri.
Asnin spera che il libro, presentato a New York venerdì con Sister Helen Prejan e il cast del film “Dead Man Walking” tra cui Susan Sarandon, venga adottato nelle classi dei 32 stati americani che ancora ammettono la pena di morte. L’idea e’ anche di organizzare una mostra itinerante entro l’autunno 2015.

I selfie non sono di ordinaria amministrazione: Ed Kashi ha presentato una doppia esposizione in blu della sua faccia che punta in direzioni opposte. Gary Knight ha inviato il suo passaporto con la frase di Gandhi: “Occhio per occhio finisce per render cieco il mondo intero”, mentre l’italiano Filippo Mutani si e’ fotografato il petto con un cuore disegnato con il pennarello sul punto dove, in caso di fucilazione, verrebbe tracciato il bersaglio, e la frase: “Omnia Vinci Amor”. 
http://www.onuitalia.com/

venerdì 3 ottobre 2014

La Comunità di Sant'Egidio rilancia l'appello della madre di Reyhaneh Jabbari

Marco Impagliazzo sul caso della donna iraniana condannata a morte. La cultura della vita contro la pena di morte. La Comunità di Sant'Egidio raccoglie l'appello della madre di Reyhaneh Jabbari giovane condannata a morte in Iran e lo rilancia per una giustizia senza pena di morte. 










  




«Raccogliamo e rilanciamo l'appello della madre di Reyhaneh e ribadiamo la nostra più totale contrarietà alla condanna capitale: la giustizia si realizza con la cultura della vita, non con la pena di morte». E' quanto afferma all'Adnkronos il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, a proposito del caso della giovane donna iraniana, condannata a morte per l'omicidio dell'uomo che la stava stuprando, la cui madre tramite Aki Adnkronos International ha fatto appello alle mamme e ai politici italiani, al Papa e al Vaticano.

«La pena di morte è sempre inaccettabile - ribadisce Impagliazzo - perché non si può credere in una giustizia che toglie la vita a una persona. L'Italia è impegnata anche all'Onu contro la pena capitale e per l'Iran, che sembra dare segni di apertura internazionale, questa potrebbe essere una buona occasione anche diplomatica da cogliere, oltre che un atto di giustizia in favore del valore della vita umana.