venerdì 25 aprile 2014

Esecuzione di un giovane in Bielorussia, Catherine Ashton condanna la pena di morte in Bielorussia

L'esecuzione di Pavel Selyun è avvenuta il 18 aprile, venerdì santo, in Bielorussia, ultimo paese europeo dove la pena capitale viene ancora applicata. 

Pavel Selyun, che aveva 23 anni, era stato condannato per omicidio nell'agosto 2012. L'esecuzione è la prima nel 2014.


La madre e i familiari del condannato hanno scoperto solo dopo giorni, attraverso il loro legale, che la sentenza è stata eseguita, così ha riferito l'Ong per la difesa dei diritti umani Viasna. "L'avvocato si è recato in visita al suo assistito, ma
Catherine Ashton
le guardie carcerarie lo hanno informato che Selyun se n'era andato nel rispetto della sentenza'". A settembre la Corte suprema aveva confermato al condanna di Selyun, ma la difesa aveva presentato un ricorso che non è mai stato esaminato.

L'alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton ha condannato l'avvenuta esecuzione capitale in Bielorussia. 
Secondo la Ashton la pena di morte è crudele e disumana. Questo tipo di punizione e non è in grado di agire come deterrente ed è un'inaccettabile negazione della dignità umana. 

L’Oklahoma manderà a morte due persone nello stesso giorno


Il 29 aprile prossimo l’Oklahoma manderà a morte due persone contemporaneamente.

 L’Oklahoma manderà a morte due persone contemporaneamente. E’ la prima volta dal 1937 che il ‘Sooner State’ compira’ una doppia esecuzione. I due detenuti hanno commesso crimini senza alcuna relazione tra loro.
Tuttavia le loro condanne erano state sospese a causa della mancanza di farmaci usati per l’iniezione letale. 

Le forniture, infatti, provengono dall’Europa, la quale ha posto una sorta di blocco perché non vuole essere complice nelle condanne a morte.
I nomi dei due condannati a morte sono Clayton Lockett, 38 anni e Charles Warner, 46 anni. I due saranno giustiziati per iniezione letale ma non verrà rivelato loro il tipo di farmaco usato.
I legali dei due uomini hanno gridato all’incostituzionalità. “Non si sa neanche – hanno commentato – se i farmaci per l’iniezione letale sono stati ottenuti legalmente. Non si sa niente della loro efficacia. Questa estrema segretezza e’ una violazione della democrazia”.

giovedì 24 aprile 2014

Padre George, cappellano Gesuita, intervistato sulla sua esperienza accanto ai condannati a morte

Cappellano Gesuita del braccio della morte : “ Noi autorizziamo la vendetta distruggendo molte vite ”

L'intervista di Suor Camille D' Arienzo a Padre George Williams pubblicata su National Catholic Reporter.
(Traduzione a cura della redazione di questo Blog)

Padre George Williams, gesuita, 56 anni, da 4 anni cappellano nel braccio della morte di San Quentin, in California, uno dei bracci della morte più numerosi degli Stati Uniti, con 750 detenuti.
Sr. Camille d'Arienzo

Seguendo le indicazioni di Sant’Ignazio, fondatore dei Gesuiti, che invitava i suoi discepoli a visitare e ad assistere i detenuti, ha seguito la chiamata ed ha scoperto una realtà davvero sorprendente, che gli ha fatto provare più gioia di quanto mai avrebbe potuto immaginare, in un Paese che ha la più alta percentuale di carcerati al mondo ed in cui i periodi di massimo isolamento possono durare anche centinaia di settimane.

Poi il passaggio al braccio della morte, a visitare coloro che tutti consideravano dei mostri immeritevoli di qualsiasi assistenza e attenzione. Lì ha scoperto che aveva a che fare con esseri ancora molto umani, con una dignità ed un valore, che Dio ama nonostante il male che
possono aver commesso. Oggi Padre George visita i condannati, arrivando fino all'esterno della cella (grandi poco meno di 1,5 mt per 3,0 mt e senza finestre), mentre quando celebra la messa viene chiuso in una gabbia ed è costretto ad indossare sotto i paramenti un giubbotto antiproiettile.

Sia nei carceri ordinari, che nel braccio della morte Padre George prova ad ispirarsi alle parole dell'Apostolo Paolo che invita a ricordarsi dei carcerati, "come foste carcerati con loro".

http://nodeathpenalty.santegidio.org/it/news

mercoledì 23 aprile 2014

Malati in carcere: nuova condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

La Corte europea dei Diritti dell'Uomo condanna nuovamente l'Italia per i ritardi nelle cure, inadeguatezza dei locali e de
È di ieri l'ultima condanna da parte della Corte di Strasburgo per la violazione, all'interno delle carceri italiane dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo per trattamento inumano e degradante.
Il riferimento è alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo – la numero 73869/10 – che ha condannato il nostro Paese a risarcire un detenuto, Giovanni Castaldo, ristretto nella Casa circondariale di Bellizzi Irpino, per il ritardo con il quale gli sono state prestate le cure mediche. Per i giudici di Strasburgo, negare la salute dei detenuti, equivale a un trattamento inumano.

venerdì 18 aprile 2014

Iran: la madre della vittima sospende l'esecuzione in piazza. Balal è salvo


Quella di Balal sembrava un’esecuzione come tante altre in Iran… quando improvvisamente da una delle strade di Royan è comparsa una donna che piangeva, 
ha schiaffeggiato Balal, ma ha fermato il boia. Era la madre della vittima. E così si è fermata un'esecuzione in piazza: la madre della vittima ha salvato l'assassino di suo figlio. E' successo dopo una campagna di mobilitazione. 

"Piangeva e ha chiesto perdono" ha detto la madre della vittima "Gli ho dato uno schiaffo, questo mi ha calmata. Gli ho detto - ti punisco per il male che mi hai fatto - ma sono credente." Poi ha detto alla folla che è difficile avere la casa vuota e senza figli, e ha raccontato che quattro anni prima ha perso un altro figlio a causa di un incidente. 
La gente è ammutolita, ha applaudito e alcuni piangevano. 
Anche un agente si è commosso.
Balal perdonato ha dichiarato: "Ho detto ai miei amici di non prendere mai un coltello in mano. Peccato che nessuno mi abbia schiaffeggiato prima". 
L'esecuzione è stata sospesa all'ultimo minuto. L'uomo aveva già il cappio intorno al collo quando la mamma giovane che aveva ucciso gli è avvicinata e lo ha schiaffeggiato in viso risparmiandogli però la vita. 
La storia: sette anni fa Balal, 20 anni, aveva ucciso Abdollah Hosseinzadeh durante una lite.

Quello che è accaduto in piazza ha sorpreso tutti e ha segnato un precedente importante in uno dei paesi con il più alto numero di condanne a morte nel mondo dopo la Cina. La madre di Abdollah ha schiaffeggiato Balal e il marito gli ha levato il cappio dal collo. Gli attimi seguenti raccontano uno straordinario abbraccio tra due madri in lacrime: una che piange il figlio morto e l'altra quello risparmiato. La famiglia di Abdollah aveva già perso un altro figlio di 11 anni in un incidente di moto. "Ho deciso di salvarlo - spiega il padre - perché un sogno mi ha cambiato. Abdollah che mi diceva che si trovava in un bel posto e c'era più bisogno di vendicarsi". Oggi Balal è salvo, ma in prigione. 
Secondo la legge islamica un condannato  morte può scontare la pena in prigione e scampare alla morte se se viene perdonato dalla famiglia della vittima, che riceve un risarcimento in denaro.  

La grazia di Balal è stata preceduta da una campagna di mobilitazione sostenuta da noti artisti e sportivi, come il calciatore Ali Daie e il presentatore televisivo Adel Ferdossipour, che avevano chiesto alla famiglia della vittima di accordare il perdono. 
Questo genere di campagna mediatica è ancora rara in Iran dove, secondo fonti ONU, più di 170 persone comprese almeno due donne sono state messe a morte da'inizio del 2014.
http://abcnews.go.com

giovedì 17 aprile 2014

La Via Crucis e il cammino dei detenuti verso il riscatto


Da Il Mattino del 17 aprile 2014


La Pasqua


La Via Crucis e il cammino dei detenuti verso il riscatto
La Via Crucis nelle carceri avvicina in modo straordinario la sofferenza di chi è detenuto alla Passione di Cristo. I racconti dei Vangeli che narrano gli episodi della via dolorosa tanto spesso sembrano essere uno spaccato di quello che avviene a chi finisce in galera, anche nel nostro paese, su cui incombe la condanna dell'Europa per il trattamento inumano e degradante del sistema carcerario.  Fin dal momento dell'arresto in cui si è spogliati, privati dei propri oggetti personali e talvolta della propria dignità, ci sono dei tratti che fanno riconoscere l'amara esperienza dei detenuti di ogni carcere in Gesù. Quest’anno, nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, Papa Francesco farà un significativo riferimento alle disumane condizioni delle prigioni: dai temi del sovraffollamento, ai suicidi, fino alla lentezza della giustizia. Gesù condannato, scartato, vittima di razzismo e di calunnia è una delle immagini proposte nelle meditazioni dei testi preparati dall’arcivescovo di Campobasso Giancarlo Bregantini.
Nel carcere di Poggioreale la tradizionale Via Crucis parte davanti al padiglione Roma. Una grande croce viene portata a turno dai reclusi per i viali del penitenziario dove si snodano le quattordici stazioni, così quelli che non partecipano possono ascoltare il rito quando il corteo è nei pressi della loro cella. 
Ci sono le pie donne, le suore sempre attente affinché tutto riesca per il meglio, mentre le guardie sono pronte a vigilare e a riprendere quelli che parlano tra di loro. I volontari guidano la processione.
 Il grido crescente della folla inferocita che condanna sbrigativamente Gesù rievoca quella cultura del disprezzo e quella diffidenza superficiale con cui tanto facilmente la società odierna giudica i detenuti, seppur colpevoli dei reati commessi. Una moltitudine interattiva che punta il dito con un click per condannare o assolvere tra una connessione e l’altra. Cosa può venire di buono da Poggioreale, potremmo dire oggi? Le tante storie che approdano nelle carceri sembrano essere simili, recite degli stessi copioni, ma in realtà sono esistenze uniche e irripetibili, ciascuna con il suo carico di mistero (perché il male è un mistero) e di sofferenza. La scena in cui Gesù viene picchiato, insultato e preso a sputi, può forse evocare celle zero e maltrattamenti di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi. Tuttavia, la professione di fede del centurione  che riconosce la grandezza di Dio e avverte un senso di pietà per quell’uomo vinto e sofferente, è la prima forma di riscatto che scaturisce dalla Passione di Cristo. Quello del soldato romano doveva essere davvero un lavoro ingrato, catapultato in una terra straniera a trascorrere interi pomeriggi infuocati su quella collina rocciosa per fare la guardia a ladri, assassini e folli. Un lavoro che induriva il cuore e anestetizzava i sentimenti.
Nell’ultima stazione le donne vanno di buon mattino al sepolcro dove è stato deposto Gesù, come quelle mamme e quelle mogli che all’alba fanno quelle file disumane per andare a trovare i propri cari. Gli olii e i profumi aromatici a Poggioreale sono anche quel sapone e quei bagnoschiuma che le suore dispensano con tanta generosità. Alcuni anni fa, un detenuto nel commentare questa scena raccontava che di notte gli sembrava di stare in quel sepolcro. E dal buio della sua cella, mentre i compagni dormivano, chiese al Signore se anche per lui ci sarebbe stata resurrezione. Al termine del rito il gruppo si scioglie e si torna nelle celle. Nel carcere di Poggioreale la via crucis continua nella vita di tutti i giorni. Ma il Venerdì Santo spesso lascia tracce nel cuore. Il desiderio di cambiare vita, una domanda di perdono. Quella che rivolse, appeso alla croce, il Buon Ladrone a Gesù.

Antonio Mattone

martedì 15 aprile 2014

Manda anche tu una cartolina a Anthony Farina

Rinnoviamo la richiesta di mandare una cartolina a Anthony Farina che si trova nel braccio della morte in Florida.

Ecco il suo indirizzo:


Anthony Farina # 684135
Union Correctional Institution P6227
7819 NW 228th St.
Raiford  FLORIDA  
32026 - 4410
USA



Grazie a una campagna lanciata proprio prima di Natale dalla Comunità di Sant'Egidio su queste pagine, Anthony ha ricevuto tanti messaggi di amicizia e solidarietà. Ne è stato felice. 

Ci ha chiesto di poter ricevere ancora questo bel segno di amicizia e solidarietà. 

Ricevere una lettera fa piacere a tutti. Ancor più se questo può significare la possibilità di allacciare un'amicizia duratura e sincera, altrimenti impossibile. Infinitamente di più se rompe un isolamento quasi assoluto.

La lettera ha un valore enorme sempre, per chi sta in carcere vuol dire collegarsi con il mondo che sta fuori. Le lettere infatti, malgrado la censura che spesso subiscono, sono il solo spazio libero nella vita di uomini e donne nei bracci della morte. Ricevere posta è un po' come allargare le sbarre. Avere qualcuno a cui scrivere scandisce il tempo, che è tutto uguale, apre uno spazio di affetto, aiuta a non perdere la fiducia.
Ci sono tante buone ragioni per scrivere a un condannato a morte!
http://www.santegidio.org/