da Misna
La Chiesa cattolica ha chiesto al governo del Pakistan di ripristinare la moratoria sulla pena di morte dopo che ieri altri otto detenuti sono stati giustiziati nella provincia del Punjab.
“La Chiesa cattolica apprezza la santità dell'uomo e crede che nessuno dovrebbe avere il diritto di togliere la vita. (…) Ci opponiamo con forza alla pena capitale, specialmente perché, al momento, il sistema giuridico in Pakistan è imperfetto", ha detto Cecil Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione nazionale di pace e giustizia (Ncjp) della Chiesa in Pakistan, deplorando l'esecuzione di Aftab Bahadur Masih, un cristiano condannato a morte che è stato impiccato il mese scorso poco prima dell'inizio del Ramadan nonostante seri dubbi sulla sua età. La famiglia del condannato, Masih, ha sempre sostenuto che aveva solo 15 anni quando fu accusato di aver commesso un omicidio.
L’appello della Chiesa per fermare le esecuzioni ha fatto eco a un simile appello rivolto dalle Nazioni Unite poco prima che gli otto detenuti fossero messi a morte. Allo stesso tempo, l'Onu ha chiesto al governo pachistano di commutare senza indugio le sentenze di quelli in attesa di esecuzione. "La pena di morte è una forma estrema di punizione e, se utilizzata, dovrebbe essere solo per i crimini più gravi, dopo un giusto processo che rispetti le severe garanzie richieste dal diritto internazionale dei diritti umani" ha dichiarato Christof Heyns, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie.
Heyns ha anche richiamato l'attenzione sul caso di Shafqat Hussain, il cui processo, dice, non ha rispettato le norme internazionali. Shafqat è condannato per un crimine commesso quando era minorenne e dovrebbe essere giustiziato il 4 agosto.
[PL]
venerdì 31 luglio 2015
Papa Francesco abolizionista dell'anno
Papa Francesco è stato designato "abolizionista dell'anno 2015", premio promosso dall'associazione Nessuno tocchi Caino. Si tratta di un riconoscimento alla personalità che più di ogni altra nell'ultimo anno si è impegnata contro la pena di morte.
Nelle motivazioni del premio si sottolinea che "papa Bergoglio, il cui Pontificato è stato inaugurato dall'abolizione dell'ergastolo e dall'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento dello Stato della Città del Vaticano, si è pronunciato in modo forte e chiaro non solo contro la pena di morte, ma anche contro la morte per pena e la pena fino alla morte".
La notizia del conferimento del premio al Papa è stata riportata ieri dall'Osservatore Romano, che ne riferisce per intero la motivazione.
Il rapporto 2015 di Nessuno tocchi Caino, presentato venerdì a Roma, dà conto dei fatti più importanti relativi alla pratica della pena di morte nel 2014 e nei primi sei mesi del 2015.
Ciad: approvata la legge anti-terrorismo, si reintroduce la pena di morte
da MISNA
Il parlamento del Ciad ha approvato all’unanimità, con 146 voti favorevoli su 146, un disegno di legge anti-terrorismo che riconosce il diritto di manifestazione e di sciopero sanciti dalla Costituzione ma prevede una reintroduzione della pena di morte.
Il via libera al testo è giunto ieri, dopo settimane di tensione alimentata da alcuni attentati a N’Djamena attribuiti al gruppo islamista Boko Haram. In Ciad la pena di morte era stata soppressa solo sei mesi fa.
Il segretario generale del governo, Abdoulaye Sabre Fadoul, ha detto che l’esecutivo resta favorevole all’abolizione in linea di principio ma che ha rivisto la propria posizione tenendo conto delle “preoccupazioni dell’opinione pubblica”.
[VG]
Quale farmaco si usa in Belgio per fare l’eutanasia? Lo stesso che l’America utilizza per la pena di morte
di Leone Grottida www.tempi.it
A rivelarlo in uno studio sono stati quattro importanti medici, tra i più autorevoli sostenitori ed esecutori dell’eutanasia in Belgio.
Quattro importanti medici, tra i più autorevoli sostenitori ed esecutori dell’eutanasia in Belgio, hanno pubblicato insieme ad altri due autori il 28 luglio uno studio sul British Medical Journal nel quale analizzano 100 richieste di “buona morte” da parte di pazienti con problemi psicologici. Lo scopo dello studio è di «giustificare l’iniezione letale per persone sane, ma che convivono con sofferenze psicologiche in Belgio».
UCCIDERE I DEPRESSI. Tra gli autori ci sono anche Wim Distelmans, il re indiscusso dell’eutanasia belga, e Lieve Thienpont, che ha approvato la morte di Laura, 24 anni, sana ma depressa. All’interno dello studio, che sostiene l’importanza di uccidere le persone depresse, si può trovare un particolare interessante: «Per terminare la propria vita a casa o in ospedale, la maggioranza ha usato il Tiopental sodico».
PENA DI MORTE. Il nome di questo barbiturico può dire poco, ma è meglio conosciuto come uno dei tre farmaci che negli Stati Uniti viene somministrato ai prigionieri condannati a morte attraverso iniezione letale. Non solo, la vendita agli Stati Uniti del farmaco fondamentale per la pena di morte è stata vietata nel 2011 dall’Unione Europea, proprio nel tentativo di bloccare per sempre le iniezioni letali. Al tempo, l’unica azienda a produrre il farmaco, Hospira Inc., ha chiuso il suo stabilimento in Italia.
SALVARNE CENTO. L’azione dell’Unione Europea è stata lodata da tutto il mondo ed effettivamente molti Stati americani si trovano ora in crisi, non sapendo più come somministrare l’iniezione letale per uccidere i condannati a morte. A dettare la decisione dei Ventotto è stata la volontà di salvare le circa 100 persone uccise negli Usa in questo modo ogni anno.
CONDANNARNE MILLE. Anche il Belgio fa parte dell’Ue, eppure non ha mai fatto niente per impedire che il farmaco venisse utilizzato in casa sua per uccidere migliaia di persone. Grazie al Tiopental sodico, nel 2011 in Belgio sono state uccise almeno 1.133 persone, 1.432 nel 2012, 1.816 nel 2013 e si attendono a breve gli ultimi dati riguardanti il 2014. Altro che America, dalle parti di Bruxelles le vittime del barbiturico aumentano esponenzialmente. Perché nessuno vuole salvare anche le vittime di questa pena di morte (“buona”)?
giovedì 30 luglio 2015
Birmania: graziati 7000 prigionieri
Per motivi umanitari e in vista di una riconciliazione nazionale.
Quasi 7.000 prigionieri in Birmania, tra cui alcuni ex funzionari dei servizi segreti militari, hanno ottenuto la grazia presidenziale. Il ministero dell'Informazione spiega sul suo sito web che 6.966 prigionieri, tra cui 210 stranieri, saranno liberati da varie prigioni in tutto il Paese "per motivi umanitari e in vista della riconciliazione nazionale". Le grazie del presidente Thein Sein coincidono con una festa religiosa buddista e precedono le elezioni generali di novembre. (ANSA)
Quasi 7.000 prigionieri in Birmania, tra cui alcuni ex funzionari dei servizi segreti militari, hanno ottenuto la grazia presidenziale. Il ministero dell'Informazione spiega sul suo sito web che 6.966 prigionieri, tra cui 210 stranieri, saranno liberati da varie prigioni in tutto il Paese "per motivi umanitari e in vista della riconciliazione nazionale". Le grazie del presidente Thein Sein coincidono con una festa religiosa buddista e precedono le elezioni generali di novembre. (ANSA)
India: eseguita la condanna di Yakub Memon
da Il Manifesto
di Matteo Miavaldi
Yakub Memon, indiano di religione musulmana, è stato impiccato ieri mattina, all’alba del suo 54esimo compleanno, dai boia del carcere di Nagpur, in Maharashtra.
«Giustizia è stata fatta» ha commentato Mukul Rohatgi, capo dell’accusa di Stato nominato dall’amministrazione Modi, «al colpevole è stato dato pieno accesso al sistema giuridico, è stato condannato per un crimine efferato»: riferimento alle petizioni indirizzate alle massime cariche istituzionali — nell’ultima settimana, tre alla Corte suprema, una al governatore del Maharashtra, una al presidente della Repubblica – in cerca di una grazia «in extremis». Tutte respinte, l’ultima a poche ore dall’impiccagione.
I reati contestati a Memon sono cospirazione, detenzione illegale di esplosivi e armi da fuoco, concorso logistico e finanziario nell’attentato più sanguinoso della storia dell’India indipendente. Nel marzo del 1993 tredici bombe esplosero nella città di Mumbai, uccidendo più di 270 persone. Un attentato che, pochi mesi dopo, le autorità indiane avrebbero potuto ricondurre al terrorismo pakistano in combutta con la mafia locale di Bombay, legata all’estremismo musulmano di Islamabad e a (una parte?) dell’Inter-Services Intelligence (Isi), i servizi pakistani. I due responsabili dei «Bombay bombings» sono Dawood Ibrahim, capo della mafia di Mumbai, e «Tiger» Memon, malavitoso di Mumbai e fratello di Yakub, protetti a Karachi dagli uomini dell’Isi. Come lo sappiamo? Ce l’ha detto Yakub.
La famiglia Memon, avvertita da «Tiger» dell’imminente catena di esplosioni, qualche giorno prima dell’attentato parte per il Pakistan, via Dubai, accettando la protezione dell’Isi dalla rappresaglia delle autorità indiane. Yakub Memon, pentito della propria scelta, decide di tornare in India per collaborare con la giustizia e tentare di togliere dal proprio nome lo stigma del «terrorista».
Secondo i memoriali dal carcere di Yakub, il proprio avvocato e Tiger gli sconsigliarono il ritorno in patria. Yakub, laurea breve in economia e commercio e commercialista praticante, è un metodico: riempie una valigetta di dati, nomi, indirizzi e informazioni da consegnare alle autorità in cambio di un accordo per una riduzione di pena per lui e parte della sua famiglia, e si consegna alla polizia del Nepal. I nepalesi, informalmente, lo trasferiscono in Bihar e lo consegnano agli uomini del Research and Analysis Wing (Raw, la Cia indiana). All’apparenza tutto sembra andare secondo i piani di Yakub, che viene arrestato, mentre altri nove membri della sua famiglia, compresa la figlia appena nata, vengono aiutati a raggiungere l’India dai servizi indiani.
Grazie alle informazioni di Yakub, le autorità indiane sono in grado di delineare il percorso di uomini, esplosivi e soldi che dal Pakistan, attraverso Dubai, avrebbero permesso i «Bombay bombings». Yakub Memon entra in carcere nell’agosto del 1994 da pentito. Il 27 luglio del 2007, dopo tredici anni, viene condannato per «cospirazione» alla pena di morte, assieme ad altri nove membri della sua famiglia. La pena capitale sarà commutata in ergastolo per tutti, compresi chi aveva piazzato le bombe a Bombay, tranne per lui, sempre professatosi innocente.
Secondo la difesa, i reati imputati a Memon sarebbero «provati» solo grazie alle confessioni di altri pentiti. Il processo, fuori dal tribunale, è di carattere politico. Ambienti della destra nazionalista indiana vogliono il sangue musulmano di un Memon per vendicare i morti di Mumbai, città controllata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) con la formazione paramilitare ultrainduista del Shiv Sena (letteralmente, l’esercito di Shivaji, re guerriero marathi del diciassettesimo secolo).
Dopo una campagna d’odio anti-musulmano del Bjp nel 1992 e culminata nella distruzione della moschea Babri ad Ayodhya, in Uttar Pradesh (da una folla di ultranazionalisti), focolai di protesta da parte della comunità islamica locale si accesero in tutto il paese. Anche a Bombay, dove le squadracce del Shiv Sena, tra il dicembre del 1992 e il gennaio del 1993 rastrellarono i quartieri islamici della città nei pogrom noti come i «Bombay riots»: 900 morti in due mesi, di cui oltre 700 musulmani.
Due mesi dopo, le bombe di Dawood Ibrahim e Tiger Memon sarebbero state la sanguinosa rappresaglia dei crimini dell’«hindutva», l’ideologia suprematista hindu del Shiv Sena. I giudici per i «Bombay riots», avrebbero condannato tre membri del Shiv Sena a un anno di carcere per «istigazione all’odio». Yakub Memon, dopo 21 anni di carcere, è stato ucciso ieri dalla giustizia indiana. La vicenda di Yakub Memon è una sconfitta per lo stato di diritto, per l’autorevolezza delle istituzioni e per l’indipendenza del sistema giuridico dalla «vox populi» indiana. Una catastrofe chiamata giustizia.
di Matteo Miavaldi
Yakub Memon, indiano di religione musulmana, è stato impiccato ieri mattina, all’alba del suo 54esimo compleanno, dai boia del carcere di Nagpur, in Maharashtra.
«Giustizia è stata fatta» ha commentato Mukul Rohatgi, capo dell’accusa di Stato nominato dall’amministrazione Modi, «al colpevole è stato dato pieno accesso al sistema giuridico, è stato condannato per un crimine efferato»: riferimento alle petizioni indirizzate alle massime cariche istituzionali — nell’ultima settimana, tre alla Corte suprema, una al governatore del Maharashtra, una al presidente della Repubblica – in cerca di una grazia «in extremis». Tutte respinte, l’ultima a poche ore dall’impiccagione.
I reati contestati a Memon sono cospirazione, detenzione illegale di esplosivi e armi da fuoco, concorso logistico e finanziario nell’attentato più sanguinoso della storia dell’India indipendente. Nel marzo del 1993 tredici bombe esplosero nella città di Mumbai, uccidendo più di 270 persone. Un attentato che, pochi mesi dopo, le autorità indiane avrebbero potuto ricondurre al terrorismo pakistano in combutta con la mafia locale di Bombay, legata all’estremismo musulmano di Islamabad e a (una parte?) dell’Inter-Services Intelligence (Isi), i servizi pakistani. I due responsabili dei «Bombay bombings» sono Dawood Ibrahim, capo della mafia di Mumbai, e «Tiger» Memon, malavitoso di Mumbai e fratello di Yakub, protetti a Karachi dagli uomini dell’Isi. Come lo sappiamo? Ce l’ha detto Yakub.
La famiglia Memon, avvertita da «Tiger» dell’imminente catena di esplosioni, qualche giorno prima dell’attentato parte per il Pakistan, via Dubai, accettando la protezione dell’Isi dalla rappresaglia delle autorità indiane. Yakub Memon, pentito della propria scelta, decide di tornare in India per collaborare con la giustizia e tentare di togliere dal proprio nome lo stigma del «terrorista».
Secondo i memoriali dal carcere di Yakub, il proprio avvocato e Tiger gli sconsigliarono il ritorno in patria. Yakub, laurea breve in economia e commercio e commercialista praticante, è un metodico: riempie una valigetta di dati, nomi, indirizzi e informazioni da consegnare alle autorità in cambio di un accordo per una riduzione di pena per lui e parte della sua famiglia, e si consegna alla polizia del Nepal. I nepalesi, informalmente, lo trasferiscono in Bihar e lo consegnano agli uomini del Research and Analysis Wing (Raw, la Cia indiana). All’apparenza tutto sembra andare secondo i piani di Yakub, che viene arrestato, mentre altri nove membri della sua famiglia, compresa la figlia appena nata, vengono aiutati a raggiungere l’India dai servizi indiani.
Grazie alle informazioni di Yakub, le autorità indiane sono in grado di delineare il percorso di uomini, esplosivi e soldi che dal Pakistan, attraverso Dubai, avrebbero permesso i «Bombay bombings». Yakub Memon entra in carcere nell’agosto del 1994 da pentito. Il 27 luglio del 2007, dopo tredici anni, viene condannato per «cospirazione» alla pena di morte, assieme ad altri nove membri della sua famiglia. La pena capitale sarà commutata in ergastolo per tutti, compresi chi aveva piazzato le bombe a Bombay, tranne per lui, sempre professatosi innocente.
Secondo la difesa, i reati imputati a Memon sarebbero «provati» solo grazie alle confessioni di altri pentiti. Il processo, fuori dal tribunale, è di carattere politico. Ambienti della destra nazionalista indiana vogliono il sangue musulmano di un Memon per vendicare i morti di Mumbai, città controllata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) con la formazione paramilitare ultrainduista del Shiv Sena (letteralmente, l’esercito di Shivaji, re guerriero marathi del diciassettesimo secolo).
Dopo una campagna d’odio anti-musulmano del Bjp nel 1992 e culminata nella distruzione della moschea Babri ad Ayodhya, in Uttar Pradesh (da una folla di ultranazionalisti), focolai di protesta da parte della comunità islamica locale si accesero in tutto il paese. Anche a Bombay, dove le squadracce del Shiv Sena, tra il dicembre del 1992 e il gennaio del 1993 rastrellarono i quartieri islamici della città nei pogrom noti come i «Bombay riots»: 900 morti in due mesi, di cui oltre 700 musulmani.
Due mesi dopo, le bombe di Dawood Ibrahim e Tiger Memon sarebbero state la sanguinosa rappresaglia dei crimini dell’«hindutva», l’ideologia suprematista hindu del Shiv Sena. I giudici per i «Bombay riots», avrebbero condannato tre membri del Shiv Sena a un anno di carcere per «istigazione all’odio». Yakub Memon, dopo 21 anni di carcere, è stato ucciso ieri dalla giustizia indiana. La vicenda di Yakub Memon è una sconfitta per lo stato di diritto, per l’autorevolezza delle istituzioni e per l’indipendenza del sistema giuridico dalla «vox populi» indiana. Una catastrofe chiamata giustizia.
Belize: il braccio della morte ora è vuoto
di Riccardo Noury
Commutata la condanna all'ultimo uomo in attesa diesecuzione
Il 13 luglio l’ultimo uomo in attesa di esecuzione in Belize, Glenford Baptist, ha ottenuto la commutazione della condanna a morte da parte della Corte suprema.
Così, a 30 anni dall’ultima esecuzione nell’ex colonia britannica situata in America centrale – quella di Kent Bowers, impiccato per omicidio il 19 giugno 1985 – il braccio della morte è ora vuoto.
Belize continua a resistere alle richieste delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani di abolire la pena di morte. Ma lo svuotamento del braccio della morte e l’improbabilità che, a distanza di tre decenni, il boia torni in azione, fanno sperare che una legge abolizionista venga approvata presto.
Nel 2015 il numero dei paesi che hanno abolito la pena di morte per tutti i reati ha superato il numero di 100. Con l’abolizione nelle isole Figi, Madagascar e Suriname, siamo arrivati a 101.
Commutata la condanna all'ultimo uomo in attesa diesecuzione
Il 13 luglio l’ultimo uomo in attesa di esecuzione in Belize, Glenford Baptist, ha ottenuto la commutazione della condanna a morte da parte della Corte suprema.
Così, a 30 anni dall’ultima esecuzione nell’ex colonia britannica situata in America centrale – quella di Kent Bowers, impiccato per omicidio il 19 giugno 1985 – il braccio della morte è ora vuoto.
Belize continua a resistere alle richieste delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani di abolire la pena di morte. Ma lo svuotamento del braccio della morte e l’improbabilità che, a distanza di tre decenni, il boia torni in azione, fanno sperare che una legge abolizionista venga approvata presto.Nel 2015 il numero dei paesi che hanno abolito la pena di morte per tutti i reati ha superato il numero di 100. Con l’abolizione nelle isole Figi, Madagascar e Suriname, siamo arrivati a 101.
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