domenica 20 settembre 2015

Arabia Saudita: pena di morte a un giovane di 17 anni

Si tratta di un detenuto di diciassette anni, condannato a decapitazione e crocifissione, il suo nome è Alì Mohammed al-Nimr. 

Lo riporta  ilsussidiario.net 

Il caso del diciassettenne Ali Mohammed al-Nimr si trova a fatica sulla Rete, anche sui siti sempre aggiornatissimi dei paesi anglofoni che spesso riportano violazioni dei diritti umani. Ci si imbatte in questa storia tramite i social network, grazie a qualcuno capace di riprendere sperduti siti ad esempio australiani. Il ragazzo è stato arrestato nel febbraio del 2012 in seguito a una manifestazione in cui alcune persone protestavano per la persecuzione politica dello zio di Ali Mohammed al-Nimr, anche lui condannato a morte.

Una delle tante manifestazioni che vengono immediatamente represse e tenute nascoste in Arabia Saudita a favore della democrazia. Il ragazzo viene accusato di manifestazione illegale e non meglio precisato possesso di armi da fuoco, furto di armi e minacce ai pubblici ufficiali. Rinchiuso in un carcere minorile, di lui si saprà molto poco come tipico dei carceri sauditi, se non che viene sistematicamente torturato per obbligarlo a firmare una dichiarazione in cui si auto accusa. La condanna è inevitabile e arriva nel maggio 2014: decapitazione e successiva crocifissione ad esempio di tutti. Ogni richiesta di appello è stata respinta senza che nessun avvocato o familiare abbia potuto assistere ai procedimenti.

La crocifissione nei paesi islamici non ha niente a che vedere con quella di Gesù, è solo il metodo che usavano anche gli antichi romani ad esempio perché i colpevoli venissero mostrati a tutti. Il corpo mozzato di Ali Mohammed al-Nimr sarà dunque esposto con una pratica a dir poco barbara. Non è una novità per un paese che è strettissimo alleato politico, militare ed economico dell'occidente, che mette in pratica la sharia esattamente come i criticati terroristi dello Stato islamico. Tra il 1985 e il 2013 2mila persone sono state giustiziate con la decapitazione in Arabia Saudita in seguito a processi di cui si è sempre saputo quasi nulla.

mercoledì 16 settembre 2015

Buona notizia! L'esecuzione di Richard Glossip è stata sospesa!


Sono partiti tanti appelli e all'ultimo momento una Corte dell'Oklahoma ha deciso di concedere un'ulteriore sospensione a Richard Glossip. 




http://www.theatlantic.com/politics/archive

Era prevista per oggi la sua esecuzione, era stata sospesa a gennaio e poi nuovamente fissata senza tenere conto della voce di un uomo che si proclama innocente,  del fatto che le prove a suo carico sono assai scarse. 
L’unico ad accusarlo era un altro collega di lavoro, poi condannato all’ergastolo in quanto autore materiale dell’omicidio e reo confesso, il quale ha accusato Richard di avergli commissionato l’omicidio, molto probabilmente per evitare lui stesso la condanna a morte. La condanna è arrivata dopo due processi in cui l'accusatore ha cambiato più volte la versione dei fatti e in cui Richard non poteva permettersi un'adeguata difesa legale. Gli è stato anche offerto di dichiararsi colpevole patteggiando 20 anni, ma lui ha rifiutato continuando a dichiararsi innocente.
La Corte Suprema aveva deciso di esaminare se la procedura usata per l'iniezione  letale era costituzionale, dopo un'esecuzione finita tragicamente con enorme sofferenza del condannato. Purtroppo la Corte Suprema, per 5 voti a 4, ha stabilito che la procedura utilizzata è costituzionale e lo Stato ha  fissato per la data dell'esecuzione per oggi 16 settembre.

Richard Glossip ha 51 anni, da 17 si trova nel braccio della morte. Fu condannato a morte nel 1998 (17 anni fa) con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Barry Van Treese, il proprietario del motel che Richard gestiva, ucciso a colpi di bastone nel corso di un brutale agguato nel gennaio del 1977.

Insieme a Sr. Helen Prejean, celebre autore del libro “Dead Man Walking”,  e a Susan Sarandon che sostiene la sua difesa, esprimiamo la nostra gioia per questa buona notizia!


Camerun, Sant'Egidio libera 9 giovani: incarcerati per anni per un ramo spezzato

Dal 2009 anche i detenuti delle carceri italiane impegnati nell'aiuto a coloro che sono reclusi nelle carceri dell'Africa. Basta poco: un piccolo aiuto può cambiare la vita di una persona. 
Riparte la campagna "liberare i prigionieri in Africa" uno sforzo di solidarietà e generosità che viene dalle carceri italiane. 
Perché nessuno è così povero da non poter aiutare un altro. E per scoprire che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. 
E che la dignità di una persona dipende anche dalla possibilità di aiutare gli altri. 

http://www.santegidio.org/

Riportiamo l'articolo apparso oggi su Repubblica.it
di STEFANO PASTA

Nelle prigioni africane, al termine della pena non si è liberi: occorre ripagare lo Stato per ciò che ha speso durante la detenzione. Il furto di un panino o un ramo tagliato costano anni di carcere.
 A Tcholliré, la Comunità di Sant'Egidio distribuisce sapone e cibo, libera i prigionieri progettando il loro reinserimento. In carcere finiscono i più poveri: ragazzi di strada, profughi centrafricani, immigrati ciadiani. La particolare situazione dei giovanissimi detenuti ex combattenti con Boko Haram.

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Camerun, Sant'Egidio libera 9 giovani: incarcerati per anni per un ramo spezzatoROMA - A Tcholliré, nel nord del Camerun, sono oltre 800 i detenuti delle due prigioni cittadine. Le loro condizioni, tra scabbia, fame, sete e sovraffollamento, sono quelle comuni a molte carceri africane. Le immagini mostrano ragazzini con pesanti catene di metallo ai piedi, come quelle d'altri tempi. Giovanissimi, a volte anche dodicenni, pagano con anni di reclusione il furto di una gallina o di un frutto. Non ci sono limiti alla custodia cautelare, si può rimanere dietro le sbarre per lunghi periodi prima del processo, quando l'accusato non può pagare un avvocato, oppure perché il dossier resta "dimenticato" nel commissariato dove è avvenuto l'arresto. Ma la reclusione viene allungata anche al termine della pena. In Camerun, infatti, per tornare in libertà è necessario pagare una somma per ripagare lo Stato del denaro speso durante la detenzione.

Ibrahim e gli altri ragazzi non più dietro le sbarre. Ibrahim aveva già scontato vari mesi. La colpa? Aver tagliato un ramo di un albero per scaldarsi. Lui è uno dei nove giovani liberati questo mese dalla Comunità di Sant'Egidio. Ogni settimana i membri dell'associazione distribuiscono sapone e cibo a Tcholliré e in altri dieci carceri del Camerun; tutti operano a titolo gratuito, un fatto che colpisce molto in una società in cui, invece, qualsiasi cosa ha un prezzo. Racconta Luc De Bolle: "Durante una di queste visite abbiamo conosciuto Ibrahim e gli altri ragazzi. Sono di famiglie povere, se non avessimo pagato la spesa accumulata (dai 25 ai 100 euro), sarebbero rimasti in carcere ancora per chissà quanto tempo. Ora li aiuteremo a trovare un lavoro e a reinserirsi nella società". Tra l'altro, proprio in questa occasione, la Comunità ha avviato un dialogo con il nuovo direttore del Tribunale regionale. L'obiettivo è considerare pene più miti per i reati legati all'estrema povertà.

Dietro le sbarre immigrati illegali ciadiani e profughi centrafricani. I nove ragazzi liberati erano tre camerunensi, due del Ciad e quattro del Centrafrica. Queste proporzioni fotografano bene la popolazione carceraria di Tcholliré. Ragazzi di strada i primi, immigrati senza documenti i ciadiani ("Si finisce in carcere per immigrazione clandestina" conferma De Bolle), profughi i centrafricani. La situazione di questi ultimi è la peggiore: vivono affamati in campi, da cui possono difficilmente uscire, spesso circondati dall'ostilità della popolazione locale. "Ibrahim e gli altri tre  -  continua il volontario di Sant'Egidio  -  volevano scaldarsi e vendere una parte dei legni per comprare da mangiare. Purtroppo sono stati fermati dalla gente inferocita e portati dal giudice". Secondo l'Ocha, l'ufficio umanitario delle Nazioni Unite, per la guerra scoppiata a fine 2013 tra milizie Seleka e Antibalaka, oggi sono 460mila i profughi centrafricani all'estero, aumentati di 100mila nell'ultimo anno. Anche all'interno del paese, metà della popolazione (2,7 milioni di centrafricani) vive in situazione di grave necessità.  

Ragazzini di strada arrestati in via preventiva. Se i profughi centrafricani a Tcholliré sono in aumento, i detenuti più piccoli, ancora adolescenti, sono camerunensi. Ragazzi di strada, arrestati a scopo preventivo in un clima di repressione e paura per gli attentati di Boko Haram nel nord del paese. A fine luglio, una bambina di nove anni, imbottita di esplosivo, si è fatta saltare in aria in un affollato locale notturno a Maroua, provocando decine di morti e feriti. Anche ad agosto gli attentati sono continuati, con nuovi morti. "La gente deve sviluppare una cultura di vigilanza perché Boko Haram ha cambiato strategia",  ha detto il ministro della Difesa Edgar Alain Mebe Ngo'o chiedendo di segnalare qualunque attività o persona sospetta. Nelle città sono scattate misure di sicurezza, dal coprifuoco al divieto per i mendicanti di entrare nei luoghi pubblici e di stare nelle strade a chiedere l'elemosina. Tutti gli autori degli ultimi attentati erano minorenni, la stessa bimba di nove anni era stata vestita da mendicante.  

A Tcholliré gli adolescenti reclutati da Boko Haram. "A Tcholliré e nelle altre carceri  -  racconta De Bolle  -  incontriamo anche ragazzini arrestati per aver fatto parte di Boko Haram. Sono stati reclutati perché poveri: ragazzi di strada, oppure venduti dalle loro famiglie per pochi soldi". Gli adolescenti sono usati come spie, oppure vengono mandati nei campi di addestramento al confine con la Nigeria e dopo poche settimane sono pronti a combattere. Per giovani senza speranze, l'arruolamento con gli alleati africani dell'Isis appare un modo per costruirsi un futuro, spinti dal fascino per la violenza e per l'appartenenza a un gruppo. Quando sono arrestati, spesso solo perché potenzialmente arruolabili, la Comunità di Sant'Egidio li visita in carcere, ascolta le loro storie e ragiona con loro del reinserimento nella società al termine della detenzione. "Questo  -  conclude De Bolle  -  è il nostro modo di costruire la pace e di combattere il terrorismo".

giovedì 10 settembre 2015

INVIA IL NOSTRO APPELLO URGENTE PER RICHARD GLOSSIP!

L'esecuzione di Richard Glossip - sospesa a gennaio - è stata fissata nuovamente per il 16 settembre.
Pochi giorni per firmare l'Appello con cui chiediamo la sua salvezza.

A gennaio l'esecuzione di Glossip fu sospesa all'ultimo momento dalla Corte Suprema che decise di esaminare se la procedura usata per l'iniezione  letale era costituzionale, dopo un'esecuzione finita tragicamente con enorme sofferenza del condannato. 

La Corte Suprema, per 5 voti a 4, ha stabilito che la procedura utilizzata è costituzionale e lo Stato ha immediatamente  fissato per il 16 settembre la data dell'esecuzione, che a questo punto difficilmente sarà nuovamente  sospesa.
L'unica possibilità è che il governatore Fallin si convinca a sospendere l'esecuzione per dare agli avvocati  più  tempo per dimostrare l'innocenza di Richard.

Appello Urgente per la salvezza di RICHARD GLOSSIP, la sua esecuzione è fissata per il 29 gennaio in Oklahoma. Richard Glossip ha 51 anni, da 17 si trova nel braccio della morte.

La Comunità di Sant’Egidio invita tutti ad unirsi agli sforzi di coloro che chiedono l’immediata sospensione dell’esecuzione, attraverso l’invio al Governatore di uno specifico appello.
http://nodeathpenalty.santegidio.org/ 

Richard Glossip fu condannato a morte nel 1998 (17 anni fa) con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Barry Van Treese, il proprietario del motel che Richard gestiva, ucciso a colpi di bastone nel corso di un brutale agguato nel gennaio del 1977.

Richard, che non è stato condannato per aver materialmente commesso l’omicidio, si è sempre dichiarato innocente. Del resto le prove a suo carico erano assai scarse. L’unico ad accusarlo era un altro collega di lavoro, poi condannato all’ergastolo in quanto autore materiale dell’omicidio e reo confesso, il quale ha accusato Richard di avergli commissionato l’omicidio, molto probabilmente per evitare lui stesso la condanna a morte.
La condanna a morte è arrivata dopo due processi in cui l’accusatore ha cambiato più volte la propria versione dei fatti e la difesa si è dimostrata del tutto inefficace, anche perché Richard non poteva permettersi un’adeguata difesa legale in un processo così complesso.
Successivamente a Richard fu offerto di dichiararsi colpevole e patteggiare una condanna a 20 anni, ma lui rifiutò, continuandosi a dichiarare del tutto innocente.
Finora tutti gli appelli presentati dai suoi avvocati sono stati respinti e l’esecuzione sembra assai probabile, sebbene essa avvenga dopo quella di Clayton Lockett, che lo scorso 29 aprile è stato messo a morte dopo una dolorosa agonia durata quasi un’ora e causata dagli effetti di un nuovo cocktail di farmaci e dopo diversi tentativi infruttuosi da parte del personale medico di trovare la vena adatta per l’iniezione letale.
Recentemente è cresciuta la mobilitazione a livello americano ed internazionale, che ha come obiettivo convincere il Governatore dell’Oklahoma Mary Fallin, a sospendere l’esecuzione, in attesa che a Richard venga riconosciuta la possibilità di avere un nuovo processo. 


Sr. Helen Prejean, celebre autore del libro “Dead Man Walking”, si è interessata al caso entrando in contatto con Glossip ed assicurandogli la propria vicinanza ed accettando di accompagnarlo fino all’esecuzione, nel caso in cui essa non dovesse essere sospesa.

Eventuali approfondimenti sul caso sono disponibili alla pagina www.richardeglossip.com


APPELLO PER SALVARE LA VITA DI RICHARD GLOSSIP

mercoledì 2 settembre 2015

In Missouri ieri la sesta esecuzione

Roderick Nunley ha trascorso 25 anni nel braccio morte.

Lo stato del Missouri ha messo fine ieri alla vita di Roderick Nunley tramite iniezione letale.

Nunley aveva trascorso 25 anni nel braccio della morte. Nunley, che aveva ammesso la propria colpevolezza, era stato condannato  l'uccisione di una ragazza di 15 anni, nel 1989.

Salgono a sei le esecuzioni effettuate in Missouri quest'anno.

Non c'è giustizia senza vita.

La pena di morte infatti non restituisce mai la vita alle vittime. 

Aggiunge, a freddo, una nuova morte a crimini già avvenuti, quando non si è più in grado di nuocere.

martedì 1 settembre 2015

Creare una rete tra città e piccoli comuni per dire no alla pena di morte. 

È l’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e recepita anche dal Comune di Pozzilli. 

“Città per la vita/Città contro la pena di morte”, questo il titolo della campagna, ha lo scopo di sensibilizzare la comunità al principio del rispetto della vita e della dignità dell’uomo in ogni parte del mondo, essendo la pena di morte ancora una pratica in vigore in diversi paesi. 


Aderendo a questa rete, anche la comunità di Pozzilli intende affermare la sua posizione di ferma condanna della pena di morte, impegnandosi a sostenere la campagna abolizionista attiva in tutto il mondo. 
Per dare maggiore risonanza alla cosa il comune, attraverso una delibera di Giunta, ha proceduto ad istituire una giornata cittadina “Città della vita” per il giorno 30 novembre. -


Burkina Faso, tra una settimana in parlamento la legge sull’abolizione della pena di morte


Speciale per Africa ExPress http://www.africa-express.info/
di Cornelia I. Toelgyes
29 agosto 2015





Ieri, 28 agosto, i deputati del Burkina Faso hanno avviato l’esame di una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte. Nel Paese, uno dei più poveri del mondo, attualmente tredici persone si trovano nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione della pena.

Promotore di questo disegno di legge è  Cherif  Sy, presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), l’assemblea interinale che resterà in carica fino alle nuove elezioni che si terranno il prossimo ottobre. Il governo e il parlamento erano stati sciolti il 31 ottobre 2014, dopo la caduta di Blaise Campaoré. L’ex-presidente aveva chiesto un terzo mandato, una pretesa di fronte alla quale la società civile del Paese si era opposta (http://www.africa-express.info/2014/11/01/burkina-faso-campaore-dimissionato-ma-il-nuovo-leader-non-piace-alla-piazza/).


L’abolizione della pena di morte è fortemente sostenuta da varie organizzazioni della società civile, nonché dal foro degli avvocati burkinabè. Il governo di transizione ha già approvato il testo della norma, si attende ora che venga esaminato e discusso in parlamento.

Sy, mentre ha presentato il disegno di legge davanti ad una commissione parlamentare, ha esordito con queste parole: “Si può condannare qualcuno all’ergastolo, ma uccidere una persona tramite fucilazione, impiccagione o mozzandogli testa, avvilisce la società, certamente non esalta l’essere umano. Anche se la pena capitale è stata applicata solamente quattro volte da quando abbiamo ottenuto l’indipendenza, cinquantacinque anni fa, non ci ha fatto crescere né come nazione, né come persone”.

L’ultima esecuzione risale al 1988, eppure solo lo scorso luglio un militare è stato condannato a morte per aver ammazzato la sua ex-fidanzata.

Ora si attente il prossimo 6 settembre. Quel giorno saranno in tanti a osservare l’ex colonia francese Burkina il Faso, perché in parlamento si aprirà il dibattito sulla nuova legge, che prevede come pena massima l’ergastolo al posto della pena capitale.

“Il Burkina Faso ha un’occasione storica per riconoscere l’inviolabilità del diritto alla vita”, ha sottolineato il direttore regionale per l’Africa occidentale di Amnesty International, Alioune Tine, in un comunicato.

Nel corso degli ultimi vent’anni molti Stati africani hanno abolito la pena capitale. Il Burundi, il Gabon, la Costa d’Avorio, il Senegal, il Togo, le Isole Mauritius, il Ruanda e all’inizio di quest’anno si è aggiunto anche il Madagascar. Ora si attende che anche il Burkina Faso faccia la stessa scelta per poter essere inserito nell’elenco dei Paesi abolizionisti.